"Sulla lapide si leggerà: Vittorio Gassman, fu attore. Poi una piccola chiosa, giù in fondo quasi illeggibile: ‘Non fu mai impallato’. È un termine tecnico cinematografico: è impallato ciò che si nasconde alla macchina da presa. Io mi sono sempre fatto vedere, mi sono esposto e, a teatro, credo addirittura d’aver avuto un certo coraggio, che per me, date le premesse, è il massimo". [1] Queste parole, rilasciate in conclusione di un’intervista datata dicembre 1989, racchiudono nella loro ironia tragica l’essenza che ha sempre caratterizzato l’arte di Vittorio Gassman: mai adombrato, sempre sotto ai riflettori, al centro delle assi del palcoscenico, contro tutto e tutti.

Ricostruire la carriera di Gassman a cento anni dalla sua nascita è un’operazione complessa in quanto non vincolata a semplici prove attoriali ma piuttosto a un percorso professionale che ha attraversato diversi campi (teatro, televisione, regia, attività letteraria) consegnandolo come un vero e proprio mostro sacro.

Ampiamente apprezzato dalla critica, idolatrato dalle nuove generazioni di attori che vedevano in lui un modello di riferimento, amato dal pubblico “alto” e da quello “basso” che lo hanno goduto nelle performance più eterogenee, Gassman ancora oggi è quello che la scolastica ci ha superficialmente tramandato come il “mattatore” della settima arte, il divo che tra luci e ombre esistenziali ha fatto del mondo della recitazione un cosmo di rigore, perfezione e auto-esaltazione.

Ogni sua prova difatti può essere vista in piccolo come il one man show televisivo del 1959 che tanto successo gli ha garantito nel nostro Paese, frutto di una dedizione e di un’ossessiva ricerca della perfezione: fin dalle sue prime esperienze Gassman è stato l’attore più “debordante” (Grasso) che, incurante delle accuse gigionismo, ha saputo imporsi quale erede dei grandi attori della tradizione ottocentesca, aggiornandone gli stilemi alla luce di una sfacciata competitività di stampo quasi sportivo, riflesso della sua giovanile carriera di giocatore di pallacanestro.

La predisposizione all’agonismo, ravvisabile già nei primi lavori teatrali con Visconti e Squarzina, accompagnerà sempre il suo modus operandi: le interpretazioni tra Riso amaro (1949) e Kean – Genio e sregolatezza (1956) segnalano in effetti un impegno che lo aiuterà a superare l’immagine di protagonista aitante o di villain.

Se negli anni Cinquanta è indubbia la sua preparazione tecnica, dall’approccio ai testi tragici al labor limae della messa in scena, dall’attenzione alla parola al progetto di un teatro popolare, la sua filmografia successiva ospita una vena poliedrica che l’ha visto primeggiare con soddisfazione anche nel contesto comico. Sarà Monicelli con I soliti ignoti (1958) a cogliere in Gassman un insospettabile talento umoristico che lo svelerà come interprete a tuttotondo capace di calarsi nei panni di Peppe er Pantera: la costruzione di questo pugile balbettante e perennemente al tappeto prevede un processo di mascheramento fisico (parrucchino rasato, fronte abbassata, naso adunco) unito a un’inflessione dialettale che gli consentono di passare agilmente dal registro drammatico a quello popolaresco, rendendo la sua immagine divistica più accessibile, un’operazione perseguita tra parodia e divertissement nel dittico L’armata Brancaleone (1966) e Brancaleone alle crociate (1970) con Brancaleone da Norcia e la sua surreale koinè.

Senza paura di volgarizzare lo status di primattore Gassman infatti ha dimostrato di eccellere nelle caleidoscopiche narrazioni del cinema anni Sessanta e Settanta con assoluta credibilità: questo è evidente nel cinema di Risi, dal quale apprese la lezione della “non-recitazione”, semplicemente del trovarsi e offrirsi con apparente spontaneità davanti alla macchina da presa in opere come Il sorpasso (1962) e I mostri (1963), specchio della fame dell’italiano medio vittima del boom economico, e Il tigre (1967), fino a prove più mature e complesse come Profumo di donna (1974) e Telefoni bianchi (1976).

Gassman saprà inoltre eccellere sotto la regia di Scola, grande narratore dei costumi della società, attraverso personaggi come l’ex partigiano Gianni Perego in C’eravamo tanto amati (1974), passando per lo smarrito deputato del Partito Comunista de La terrazza (1980) all’anziano Carlo de La famiglia (1987) fino al riflessivo maestro Pezzullo de La cena (1998), tutte dimostrazioni di un inossidabile metodo attoriale che trova la sua forza in un estro tutt’altro che codificato e codificabile.

A ben vedere la potenza di Gassman, sfruttata sia nella produzione nostrana quanto in quella internazionale con registi come Altman (Un matrimonio, 1978), Mazursky (La tempesta, 1982) e Resnais (La vita è un romanzo, 1983), risiede in questa ossatura metodologica su cui ha saputo e voluto cementificare la creatività dell’artista, concependo il “mestiere dell’attore” come una “simulazione continua di situazioni e sentimenti” alimentati “dalle esperienze di vita”[2] che gli permettono di far combaciare gli eroi della finzione con le sfumature della propria anima.

Camaleontica, maniacale, disciplinata e tagliente, la sua recitazione lo ha differenziato dagli altri “moschettieri” [3] della commedia italiana (Mastroianni, Manfredi, Sordi, Tognazzi), percepiti forse come più empatici nella loro fisicità e nella loro scanzonata genuinità, tuttavia senza allontanare gli spettatori, ma anzi, in virtù del suo altero distacco e di quell’aura aristocratica e istrionica, soggiogandoli per sempre.

 

[1] Augias, Re Gassman, in “La Repubblica”, 2 dicembre 1989.

[2] Luciano Lucignani, Intervista sul teatro, in collaborazione con Vittorio Gassman, Palermo, Sellerio, 2002, p. 17.

[3] Gian Piero Brunetta, Storia del cinema italiano, Vol. IV, Dal miracolo economico agli anni novanta, 1960-1993, Roma, Editori Riuniti, 1993, p. 141.