Primo film prodotto in Norvegia ad essere diretto da una donna, Døden er et kjærtegn (Death is a caress, 1949) di Edith Carlmar è anche il primo esempio di noir norvegese. La passione travolgente ma distruttiva tra un giovane meccanico, Erik, e una benestante signora sposata della società bene di Oslo, Sonja, ha ricordato a qualche critico le atmosfere e i meccanismi narrativi dei romanzi di James M. Cain, in particolare Il postino suona sempre due volte (1934), tradotto in norvegese dopo meno di un anno dalla sua uscita americana.
Non si tratta di una mera imitazione dello stile e dei temi hard-boiled del romanziere americano, anche perché Døden er et kjærtegn ha una sua distinta fonte letteraria, l’omonimo romanzo di Arve Moen, pubblicato nel 1948. Tuttavia, è proprio da questa fonte letteraria che inizia una fitta rete di rimandi al Postino: la critica del tempo mise il romanzo di Moen in diretta relazione con l’universo letterario hard-boiled, notando che aveva lo stesso stile stringato e senza fronzoli del romanzo di Cain.
La versione cinematografica di Døden er et kjærtegn non fu paragonata a nessuno dei tre film americani tratti da Cain, La fiamma del peccato (B. Wilder, 1944), Mildred Pierce (M. Curtiz, 1945) e Il postino suona sempre due volte (T. Garnett, 1946) che, proprio tra il 1947 e il 1948, venivano proiettati nelle sale norvegesi. Vennero, invece, colte somiglianze e parallelismi con i film del cosiddetto realismo poetico francese, stilisticamente e tematicamente affini ai noir americani e per cui l’aggettivo noir era stato usato avant la lettre dai critici francesi degli anni Trenta.
Tuttavia, fin dai titoli di testa, Døden er et kjærtegn non può non richiamare il film di Garnett. In entrambi i casi viene infatti sfogliato il rispettivo romanzo da cui il film è tratto. In una delle prime scene, sul campanello dell’appartamento da scapolo di Erik è scritto significativamente “suonare due volte”. Come ci ha abituato la tradizione noir, la narrazione è una lunga confessione dell’omicidio commesso dal giovane meccanico in un flashback, incorniciato da un inizio e una fine in commissariato.
Scena dopo scena, Døden er et kjærtegn costruisce l’ineluttabilità di un tragico destino per gli amanti, altro tema che accomuna il noir con il realismo poetico francese. La crisi della mascolinità del protagonista, che si sente sminuito per essere economicamente e socialmente subalterno alla donna e di cui non riesce ad arginare l’indipendenza, non può che portare alla morte della femme fatale.
D’altra parte, ci sono anche significative differenze rispetto al Postino e alle altre narrazioni di Cain: in Døden er et kjærtegn, i due amanti non tramano per uccidere il marito e, grazie al divorzio di Sonja, sono liberi di sposarsi. Proprio questo riconoscimento istituzionale è il fattore scatenante della crisi della coppia che non sembra riuscire a ricondurre all’interno della vita matrimoniale l’aspirazione alla libertà e il rifiuto di ruoli sociali e sessuali prestabiliti su cui si fonda l’attrazione dei due amanti.
Se Døden er et kjærtegn fece scandalo per le scene erotiche piuttosto esplicite per la fine degli anni Quaranta, la sua rappresentazione del divario di classe tra i due protagonisti non è meno radicale: alla vita mondana di Sonja si contrappongono i turni dell’officina dove Erik lavora. Edith Carlmar è interessata a creare un personaggio femminile assertivo e indipendente, ma non si nasconde che questa indipendenza è possibile soprattutto grazie ai mezzi economici di cui dispone.
I soldi sono un elemento essenziale attorno a cui vertono tutti gli scambi della vita moderna e il film sembra suggerire, attraverso la ricorrente iconografia di orologi di vario tipo (tra cui anche uno le cui ore sono bicchieri di liquore), che lo stesso passare del tempo è stato monetizzato, non solo nei rapporti di lavoro ma anche in quelli di coppia.