Che cosa vuol dire difendere la Repubblica, se non si difende una giustizia democratica? La domanda che pone Dominik Moll con Il caso 137 è gigantesca, complessa, e prende spunto da un fatto di cronaca accaduto a Parigi nel 2018 durante una delle numerose manifestazioni dei gilet gialli sedate con violenza dalla polizia francese. Le foto d’archivio di quella feroce guerriglia urbana sotto l’Arc de Triomphe e degli Champs Elysées che Moll passa in veloce successione all’inizio del film, premettono chiaramente una cosa: è la rabbia il sentimento predominante.

Cosa possa significare questa rabbia e quali implicazioni abbia a livello di vita quotidiana, di lavoro e di capitale sociale (da entrambe le parti, civili e istituzionali) Dominik Moll se lo chiede attraverso il caso di Guillaume Girard, un ragazzo appena ventenne che si era recato a Parigi per manifestare con la sua famiglia, salvo poi ritrovarsi in mezzo al panico di una manifestazione fuori controllo e ferito gravemente al cranio da un agente di polizia armato di LBD. I danni cerebrali sono stati permanenti, disabilitanti a vita. E la domanda narrativa, non quella morale, diventa quindi la seguente: chi è stato, in quale condizione, e quanto intenzionalmente ha colpito il ragazzo?

Sulla carta Il caso 137 è un vero e proprio poliziesco, ma uno piuttosto particolare. Asciutto, poco concitato, non è praticamente mai dentro l’azione ma arriva sempre a giochi fatti, quando le cose sono già accadute ed è tempo di provare a ricostruire. Questo è infatti il compito della protagonista Stéphanie (interpretata da Léa Drucker), la poliziotta a cui viene affidato il caso e che lavora per la IGPN, praticamente la polizia della polizia, il dipartimento che si occupa di sorvegliare sul comportamento delle forze dell’ordine.

Non solo non vediamo mai Stéphanie in divisa - e già qua si comincia a risemantizzare l’idea di forze dell’ordine e il potere istituzionale - ma nella pratica il suo stesso lavoro è stare seduta in ufficio a mandare mail. Osteggiata da tutte le parti, sia dai suoi colleghi poliziotti tra cui l’ex marito, sia da chi non lo è e addirittura dal figlio preadolescente (“mamma, perché tutti odiano la polizia?” le chiede il figlio che si vergogna a dire che lavoro fanno i genitori), Stéphanie concentra virtuosamente sul suo percorso di consapevolezza acquisita (che cosa vuol dire lavorare nelle forze dell’ordine? Che senso ha, e per chi?) il respiro sociale del film, il suo senso profondamente umano. Ecco allora che la ricerca della prova diventa in Dossier 137 quasi secondaria, nelle aspettative di chi guarda, rispetto al risultato che quell’indagine avrà sulla vita delle persone coinvolte.

L’idea più bella di Il caso 137 sta in come presenta narrativamente e moralmente i materiali video, quel proliferare di occhi digitali, ambigui e freddi in sé ma potenzialmente distruttivi o virtuosi a seconda, ancora, di chi ne fa uso e di chi li possiede e dell’abilità che chi guarda ha di interpretarli. Parliamo sostanzialmente delle videocamere di sorveglianza, piazzate ovunque in città, o degli smartphone sempre a portata di mano.

La ricerca della verità e quindi di giustizia dipende indissolubilmente dal potere vedere una cosa accadere anche quando è già accaduta; e se da una parte questa idea di sorveglianza e visibilità costante rischia la deriva “brain rot” (c’è una gag ricorrente sui video dei gatti su internet come distrazione dai mali del mondo), dall’altra poter vedere tutto, sempre, vuol dire poterlo condividere con il mondo intero.

Il punto è però un altro. Può bastare il video in sé? Certo che no. Dipende anche dalla barricata, da dove il video proviene. Se infatti le immagini ufficiali, quelle delle videocamere di sorveglianza, si rivelano carenti - e quindi poco utili al processo democratico - le immagini user-generated filmate dai civili ai margini della società (una donna di colore), si rivelano le più preziose. Un punto di vista inedito. Quello sguardo alieno, de-istituzionale, presente sul fatto, potrebbe davvero cambiare le carte in tavola, e il ridicolo tentativo di debunking di tale prova da parte degli accusati diventa così, platealmente, il discorso più importante di Il caso 137. Un discorso squisitamente sociale e di potere mediatico.

Moll non indaga affatto sulle motivazioni dei gilet gialli poiché, questa è l’impressione, vuole togliere il più possibile dal discorso le circostanze e arrivare al nocciolo umano della questione. Sotterrata dalla burocrazia, dalle prassi, e soprattutto dal conservatorismo di parte, la polizia emerge come una categoria desiderosa di riconoscimento e rispetto ma totalmente disumanizzata, indifendibile, mentre Stéphanie viene usata come il capro espiatorio di problemi decisamente più grandi di lei.

Dove sta allora il risvolto virtuoso? Nell’attuazione stessa dell’indagine, nel perseguimento della verità a prescindere dall’uniforme indossata. Quello che arriva a dire Moll è allora in realtà molto più semplice di quanto potesse sembrare all’inizio: è il bias cognitivo che deriva dall’identificarsi totalmente in una parte che porta a deumanizzare a proteggere a tutti i costi la sopravvivenza di una categoria. Anche a costo della vita di chi sta dall’altra parte.