Periodo prolifico per Luc Besson, qui al terzo film in tre anni. Dopo Dogman e l’ancora inedito June and John, descritto da chi l’ha visto come una love story on the road, sembra che al regista continuino a ronzare le farfalle nello stomaco ed ecco che con questo Dracula: L’amore perduto (in originale A Love Tale), torna a raccontarci un altro dei suoi tanto cari rapporti impossibili.
Questa ennesima trasposizione di Dracula, se non bastasse il titolo a renderlo evidente, si pone come una rilettura in chiave totalmente romantica, dove il vampiro non è una figura da temere, quanto da compatire. Nel raccontare la sua disavventura non manca però una forte chiave ironica, che porta talvolta a chiedersi se quanto si ha davanti non sia addirittura da leggere come una parodia.
È inevitabile infatti, dopo innumerevoli adattamenti del romanzo, confrontarsi con quanto venuto prima e dato che molte strade sono state già battute, la reinvenzione si pone come ostacolo necessario. Il regista dimostra però consapevolezza in merito e non a caso le tappe principali di un racconto che potremmo quasi definire inflazionato sono affrontate con tono macchiettistico, quasi fosse appunto una recita parodica, utile a preparare il terreno per arrivare “altrove”.
C’è allora il solito Harker che giunge al castello, ma nonostante tutti i segnali che un tizio altissimo, decrepito e sinistro possa mandare, non riesce minimamente ad accorgersi di avere di fronte un vampiro. Vengono “barrate” rapidamente tutte le caselle necessarie a far capire che si tratti proprio di quel vampiro lì, o addirittura di “quella scena” considerato quante volte è stata ricreata e l’abbiamo vista, solo che nel farlo ci si prende gioco della stessa.
Come dicevamo non c’è nulla di spaventoso in questo Dracula e anzi è difficile non sorridere vedendolo esultare con il braccio quando esplode un crocifisso, o interagire con un Jonathan Harker così ingenuamente comico. Il mostro sembra persino annoiato dalla dinamica e finisce addirittura per aprirsi al banchiere raccontandogli la propria vita. In un altro momento invece, è talmente consapevole di se stesso che sembra quasi guardare in macchina, dritto verso di noi. Mancherebbe solo l’occhiolino.
Va precisato che Besson si rifà direttamente alla versione di Coppola nel raccontare di una predestinazione romantica tra il protagonista e la futura reincarnazione dell’amata morta, così anche il conte interpretato da Caleb Landry Jones è alla ricerca della moglie persa secoli prima. Costui racconta allora dei suoi viaggi in giro per il mondo alla ricerca di ciò che ha perso ed eccolo che raccontando arriva finalmente “altrove”, perché combattendo contro la divinità che glielo ha tolto, Dracula è finito per diventare il Dio dell’Amore.
Uomini e donne lo venerano, cadono letteralmente ai suoi piedi, sono ammaliate e rispondono fisicamente a ogni suo singolo gesto, prese da una frenesia che porta ogni loro azione ad assumere caratteri sensuali. I vampiri sono qui emissari del sesso, il bere sangue, addentare e persino l’uccidere qualcuno assumono una carica erotica decisamente esplicita e nessuno di loro sembra avere interesse diverso dal soddisfare le proprie pulsioni.
Nel mettere in scena questa isteria Besson si lascia andare all’eccesso, che si tratti di armature dal piumaggio metallico, scenografie barocche, overacting o inutili battaglie piene di fuoco ed esplosioni, conferendo alla pellicola un’estetica ai limiti del camp, non nuova nella sua filmografia. A questo proposito viene difficile non esaltare le due sequenze in cui la “forza attrattiva” del protagonista si manifesta all’apice della sua potenza e la messa in scena è a un passo dal musical.
Insomma, è sorprendente notare come, almeno per la prima metà del film, il tono da commedia mantenga il passo con il melodramma e vi sia un inaspettato equilibrio tra le espressioni feline di Matilda De Angelis e la sofferenza di un uomo maledetto, che dopo aver perso la forza di vivere, perde persino la voglia di morire.
Luc Besson guarda allora a Coppola per la storia d’amore, prende da Herzog la malinconica solitudine di un immortale e se non fossero così coevi verrebbe quasi da dire che abbia dato uno sguardo persino a Eggers per la dimensione sessuale. Ciononostante riesce a costruire al di sopra di quanto c’è già stato e a trovare addirittura la propria originalità, solo per poi regredire lentamente mentre si avvicina al finale.
Dopo un affascinante aggiornamento della mitologia del vampiro, il fatidico incontro con l’amore ha purtroppo un effetto anestetizzante e si vira bruscamente verso il più classico dei racconti romantici, perdendo persino la carica esuberante costruita fino a quel momento. Il melodramma prende il sopravvento, la narrazione ritorna sui binari canonici e i, fino a quel momento simpatici, personaggi comprimari si ingrigiscono.
Il prete (novello Van Helsing interpretato da Christoph Waltz) continua a essere relegato al “fare esposizione”, privo di carattere e limitato a dire al protagonista le frasi necessarie al prosieguo della trama; ma se fino a quel momento il suo elencare le “regole dei Vampiri” aveva un tono ironico e contribuiva all’aria da circo, con la seriosità che ne segue risulta soltanto macchinoso. Allo stesso modo l’aiutante vampira interpretata da Matilda De Angelis esaurisce il proprio ruolo ed esce brutalmente di scena per far spazio al dramma.
Si arriva infine delusi a una conclusione confusa, frettolosa e poco chiara, che oltre essere l’aspetto più derivativo dell’intera pellicola risulta stonato rispetto a quanto raccontato fino a quel momento. In fin dei conti, l’ennesima trasposizione di Dracula si rivela essere l’ennesima trasposizione di Dracula, personalità e buone intuizioni vengono progressivamente messe da parte per lasciar spazio al canone, ciononostante fa sempre piacere vedere Besson, che seppur non riesca ancora a fare un discorso completo, continua ad avere qualcosa da dire.