“Testa piena di sogni/Bella nel tuo candore/Corri, non ti fermare/Ascolta l’eco della tua gioia/Che dice: ‘Va!’”, canta la voce di Domenico Modugno sulla sequenza iniziale di Esterina (1959) con la protagonista ancora adolescente, interpretata da Carla Gravina, che corre via dalla famiglia di contadini da cui è a servizio in cerca di emancipazione e libertà.

E proprio Domenico Modugno appare dopo pochi minuti sullo schermo nel ruolo di Piero, il camionista che, insieme al suo socio Gino (Geoffrey Horne), raccoglie Esterina e accetta di portarla dalla campagna a Torino. I due uomini pensano che il loro rapporto con la ragazza finirà una volta arrivati in città, ma scoprono ben presto di dover accettare l’offerta di prestito di Esterina, che lavora “da quando aveva 8 anni”, per pagare la cambiale in scadenza sul loro camion.

La presenza femminile si insinua quindi nel buddy movie, trasformandolo in un ibrido film on the road, in cui i tre vagano per il Nord Italia alla ricerca di carichi da trasportare, affrontando situazioni che rivelano opportunità ma anche ansie per i nuovi equilibri della società italiana che entra negli anni Sessanta.

Primi fra tutti quelli di genere, appunto, con un personaggio femminile che spezza la coppia dei due uomini inserendosi materialmente sul loro luogo di lavoro, ma anche quelli di classe, con l’aspirazione alla mobilità sociale, e quelli legati alla provenienza geografica e culturale per i fenomeni di migrazione interna, che il film rappresenta anche attraverso una vera e propria babele degli accenti. Sono diversi i sogni che riempiono le teste dei tre protagonisti, per citare la canzone di apertura di Modugno, ma hanno un’unica origine: ognuno di loro vuole, infatti, trovare una propria posizione nella società italiana del benessere.

Presentato alla ventesima edizione della Mostra di Venezia, in cui La Grande Guerra di Monicelli e Il Generale Della Rovere di Rossellini vinsero ex aequo il Leone d’oro, Esterina rappresentava il ritorno di Lizzani alla realtà italiana, dopo il lungo periodo passato in Cina per la realizzazione del documentario La Grande Muraglia (1958) e le difficoltà produttive incontrate dal regista per la sua militanza comunista in seguito al fallimento della sua Cooperativa Spettatori Produttori Cinematografici.

Recensori del tempo come Mario Gromo e Arturo Lanocita, pur considerando Lizzani uno dei più acuti intellettuali di quegli anni, manifestarono dubbi sulla consistenza del personaggio di Esterina: per il primo una semplice testimone inerte dei vari episodi di cui si compone l’incerta struttura del film, per il secondo una ragazza da rotocalco che non riesce a indurre simpatia alcuna perché “stupida”, di “quella insidiosa e mortificante stupidità che simula malizia”.

Mettendo Gromo e Lanocita alla guida del camion di Piero e Gino con a bordo Esterina, si potrebbe dire che i due critici sentono la stessa inadeguatezza e la stessa ansia per la loro condizione maschile dei personaggi interpretati da Modugno e Horne di fronte alle azioni della ragazza. La sola presenza di Esterina sul camion è, infatti, abbastanza per far saltare il rapporto tra Piero e Gino, umiliati dal fatto che sia una donna a salvarli dal fallimento, e per spingere Gino a dubitare del proprio progetto di diventare imprenditore dei trasporti.

Esterina è già un film che risente del clima del miracolo economico: il paesaggio che i tre attraversano si compone certo di luoghi turistici come la Piazza dei Miracoli di Pisa e il Lungomare di Livorno, ma soprattutto di porti, fabbriche e cantieri che costruiscono ma, al tempo stesso, distruggono come nell’episodio dello sfratto della famiglia di Pisa in cui viene coinvolto il camion di Gino e Piero. Cambia, come abbiamo detto, anche il paesaggio sociale. Significativamente, Esterina indossa per lunga parte del film una salopette jeans da operaio, trasgredendo una rigida separazione di genere e rivendicando il suo diritto ad un lavoro che non sia quello di vendere il proprio corpo o di scegliersi il marito che vuole lei.

E, tuttavia, proprio sul corpo di Carla Gravina – “una ‘non maggiorata fisica’ cerca di farsi personaggio” fu il titolo scelto per la recensione di Lanocita – si sviluppò tutto un dibattito che rivelava quanto la strada da percorrere per Esterina fosse ancora piuttosto lunga. Un film da riscoprire, quindi, per la ricchezza dei temi che propone e per l’interpretazione convincente di tutti gli interpreti.