Nonostante il plauso di una certa critica ma soprattutto degli appassionati del genere, ancora oggi resta difficile valutare un film come Street Trash di J. Michael Muro (al tempo Jim). Proiettato in questi giorni al Future Film Festival per il focus “Eat The Future” dedicato all’alimentazione nel cinema fantastico, si tratta di un film difficile da inquadrare. Su FantaFilm c’è chi parla, non a torto, di “beffarda estetica del brutto”. Per apprezzarlo dunque potremmo allacciarci alla deontologia di quelli di Filmbrutti.com, lasciarci “catturare dal piacere del brutto e del nonsenso, rifiutare decenni di cultura e di estetismo costruttivista e abbracciare l’imperfezione”. In questo modo non sarebbe difficile essere d’accordo con chi su Splatter Container vuole “credere che il maestro J. Michael Muro abbia abbandonato la carriera da regista cinematografico dopo questo film perché sapeva di non poter eguagliare un capolavoro simile”. Perché in effetti da un certo punto di vista siamo di fronte ad un capolavoro.

Raramente si vedono trame così confusionarie e ridotte a mero pretesto per mostrare quelle due o tre scene gore interessanti (ma non eccezionali) e una New York raccontata attraverso quartieri popolari, strade malfamate, dove i senza tetto si muovono come in uno scenario post-apocalittico. E qual è l’apocalisse? La risposta la troviamo nel personaggio più pazzoide e violento quando lo scopriamo reduce della guerra in Vietnam. Muro sembra voler suggerire che lo Stato ti usa quando gli fai comodo e nel momento in cui non servi più vieni abbandonato a te stesso, con le tue crisi e il tuo disturbo post traumatico da stress. È un attimo che diventi un barbone. D’altro canto, nel film gli esponenti delle forze dell’ordine non ci fanno una gran figura, sono prevalentemente persone abiette, che abusano della loro posizione con prepotenza ed arroganza.

L’aspetto più interessante sono infatti i personaggi ma non per la loro caratterizzazione (pressoché inesistente), quanto per il fascino da testimonianza raccolta tra i rifiuti che sanno conferire al film. Volti sporchi, denti rotti, occhi neri, vestiti strappati. È una parata di “sgradevolezze visive”, “un’antologia di situazioni crude, feroci e irriverenti”. È la spazzatura di strada, la street trash, la vera protagonista. “Il bello è dato proprio da questa coralità di fondo” perché “ci sono film che non hanno bisogno di sceneggiature perfette, attori sublimi, regia impeccabile, significato intellettuale profondo; a volte basta una sola idea, anche la più strampalata”. Le scene splatter fanno il resto. Corpi che si sciolgono sulla tazza di un water, altri che esplodono, un’assurda partita di football con un pene mozzato. Che poi volendo una trama ci sarebbe anche ma che ve la dico a fare dopo tutto questo? Davvero vi interessa?