La produzione noir scandinava dei tardi anni 40 continua a impressionare per la modernità dei temi affrontati e per la forma innovativa della narrazione. Flicka och hyacinter (Girl and Hyacinths, 1950) di Hasse Ekman, considerato uno dei più significativi noir svedesi, potrebbe apparentemente sembrare una più tradizionale storia dell’indagine. Se non che, l’indagine che i coniugi Wikner conducono riguarda il suicidio della loro giovane vicina di casa, la promettente pianista Dagmar Brink (Eva Henning al tempo moglie del regista).
Non bisogna, quindi, tanto scoprire un colpevole quanto la motivazione per un gesto estremo e non così visibile nel cinema di quegli anni. Attraverso una serie di flashback che si incrociano tra loro, i Wikner intervistano i conoscenti, gli amici e gli ex della donna, ma Dagmar rimane un personaggio enigmatico che elude facili categorizzazioni e che fatica a trovare un suo posto nella società svedese del secondo dopoguerra.
Qui entra in gioco il secondo elemento sorprendente, che già avevamo incontrato in uno dei subplot di Mordets Melodi (1944): mentre tutti siamo concentrati a capire quale delle tre delusioni sentimentali maschili abbia causato il suicidio della donna, emerge il lato queer della vicenda. Il personaggio assimilabile al tipo della femme fatale, infatti, avrà questa volta un ruolo determinante nella spirale rovinosa non di un personaggio maschile, come solitamente avviene nel noir o in alcuni esempi di realismo poetico francese, ma della stessa Dagmar.
Il crimine che veniamo a scoprire in Flicka och hyacinter ha un livello sociale, non individuale, ed è quello della repressione della differenza sessuale causata da un bigotto conformismo morale. È un crimine di cui Dagmar non è la responsabile, ma la vittima. L’omosessualità era stata infatti decriminalizzata in Svezia nel 1944, ma era ancora un argomento scomodo, di cui non si parlava e di cui non si riconosceva la presenza sociale.
Certo si potrebbe dire che Dagmar sia l’ennesimo personaggio omosessuale suicida, ma la sua caratterizzazione è molto più complessa, senza alcun riferimento ad un odio interiorizzato come causa del togliersi la vita. Flicka och hyacinter riesce ad andare oltre lo stereotipo di genere che, anche nella polisemia del noir classico, tende a eliminare personaggi omosessuali per le restrizioni del Codice Hays, come successe a Crossfire (Odio implacabile, 1947), o ad assegnarli a una dimensione decadente e potenzialmente corrotta.
Hekman dichiarò che se il suo film avesse contribuito a dare un’immagine positiva dell’omosessualità, il suo lavoro non sarebbe stato invano. Contrariamente ai tre personaggi maschili, contraddistinti da una caratterizzazione sopra le righe e che lo stesso regista ha affermato personificare diversi lati della sua personalità, Dagmar è una donna assolutamente ordinaria, tanto che un sondaggio effettuato tra gli spettatori all’uscita del film rivelò che una parte consistente degli spettatori non ne aveva compreso fino in fondo la differenza sessuale.
Hasse Hekman, che aveva passato anche sette mesi a Hollywood nel 1935, mostra anche un uso innovativo della forma cinematografica e delle tecniche narrative. I flashback di Flicka och hyacinter non sono semplicemente multipli ma non seguono nemmeno un ordine cronologico, anticipando elementi che vengono poi spiegati nei segmenti retrospettivi successivi. Per questo il film è stato paragonato a Quarto Potere (1941) e l’influenza di Welles è stata anche notata nell’uso di piani sequenza e della profondità di campo.
Tuttavia, mentre il film di Welles è incentrato su una personalità debordante, che fa del successo sociale ed economico una ragione di vita, Flicka och hyacinter ha per protagonista una donna che deve nascondere al mondo la sua vera natura.