Alida Chelli canta Sinnò me moro mentre la macchina da presa avanza verso una porta che si apre su una terrazza sul mare. Gli occhi degli altri, terzo lungometraggio di Andrea De Sica, inizia evocando, in modo speculare, la prima sequenza di Un maledetto imbroglio (1959) di Pietro Germi, dove la macchina da presa arretra da una porta su Piazza Farnese verso l’interno di un cortile, sempre sulle note della stessa canzone.  Un suono sordo, un vassoio che cade nel primo, un vero e proprio sparo nel secondo, è il presagio in entrambi i film di un pericolo incombente che ci introduce in un’Italia all’inizio del miracolo economico popolata da personaggi ambigui e sgradevoli.

Basato sul pasticciaccio brutto del duplice omicidio Casati Stampa del 1970, caso mediatico in cui il nobile Camillo uccise la moglie Anna Fallarino e il suo giovane amante Massimo Minorenti prima di suicidarsi, Gli occhi degli altri ha significative analogie con Un maledetto imbroglio che vanno ben oltre la sequenza iniziale. Entrambi ambientati nell’Italia del Boom, i due film si concentrano su rapporti sociali e sessuali mercificati e su due coppie in cui la donna è vittima sottomessa ad un marito dal passato fascista che è ancora elemento decisivo per la definizione della sua mascolinità.

Due coppie, inoltre, senza figli e che, per questa mancanza, cercano surrogati: il figlio dei domestici in Gli occhi degli altri, le bambole e le servette che Liliana Banducci prende a servizio fin da giovanissime in Un maledetto imbroglio e che, alla fine, passano nel letto del marito. Due film che, con l’accorgimento meta-cinematografico dell’inserimento nella narrazione di filmati realizzati dai personaggi, mettono il pubblico nei panni del voyeur e stabiliscono un regime di controllo, a cui, soprattutto in Gli occhi degli altri, la protagonista fatica a ribellarsi. La sua presa di coscienza della possibilità di una vita altra, indipendente dal marito, è immediatamente seguita dal suo omicidio.

Definita da tutti come un’arrampicatrice sociale, Elena (Jasmine Trinca, vero centro del film) riesce a sposare il marchese Lelio (Filippo Timi), di cui è sinceramente innamorata. Inizialmente, il marito la incoraggia a fare sesso con uomini più giovani che lui paga per poterli filmare, ma, dopo i primi improvvisi rifiuti della donna, l’archivio di filmati diventa uno strumento di ricatto per continuare a sottometterla, una condizione che ci parla anche del nostro presente.

La determinazione di Elena di non cedere al ricatto le sarà fatale: e proprio in questa determinazione risiede la maggiore differenza con il film di Germi. Anche per l’assenza di un Commissario Ingravallo e di un’indagine poliziesca che ricostruiscono il delitto, Gli occhi degli altri ci spinge a identificare il suo baricentro morale proprio con Elena, la donna disprezzata in quanto “facile” e non pari per classe sociale a Lelio.

L’oppressione è resa con efficace senso di claustrofobia nella narrazione facendo dei due coniugi, protagonisti delle cronache mondane e scandalistiche di quegli anni, degli esiliati, lontani dalla dolce vita della capitale, isolati nel contesto dorato della loro villa sul mare, a cui si arriva solo tramite motoscafo e dove si consumano tutti i riti sociali. Comprese le battute di caccia che erano parte importante dello stile di vita del marchese Casati Stampa e che, nel film, acquistano anche un significato metaforico, talvolta troppo insistito, come nella sequenza in cui Lelio insegna a Elena a sparare.

Meno funzionale agli intenti di svelamento dell’ambiguità rivendicati sia dal regista sia da Jasmine Trinca, alla cui recitazione e convinzione nell’affrontare un personaggio potenzialmente anche sgradevole Gli occhi degli altri deve gran parte della sua riuscita, risulta l’eleganza e la patina della confezione, che non è completamente esente dalla tentazione di una seduzione visiva fatta di eleganti abiti vintage, tramonti e scorci da cartolina.