Una sola stanza inquadrata con una camera fissa in cui si alternano, attraverso un sovrapporsi di finestre spazio-temporali, le storie vissute da alcuni personaggi nel corso degli ultimi cinquant’anni americani. Al centro del racconto, le vicissitudini della coppia formata da Richard (Tom Hanks) e Margaret (Robin Wright), già protagonisti di Forrest Gump.
Tratto dall’omonima graphic novel di Richard McGuire, Here utilizza lo stesso approccio concettuale ed estetico, portando sul grande schermo una moltiplicazione di finestre ispirate al desktop di Windows, ma ricollegabili, oggi, al proliferare dei diversi schermi che ci tengono letteralmente in ostaggio.
La stanza, camera (fissa) con vista su un tinello che è luogo di relazione, incontro e scontro, si trasforma in un centro di attrazione e di esondazione emotiva. Prima che venga costruita la casa, lo sguardo del regista cattura la visuale incontaminata di un terreno preistorico e si sofferma in seguito su una coppia di indigeni, fino ad arrivare a Benjamin Franklin, attraversando poi l’era della piccola imprenditoria americana, la disillusione postbellica, il Covid; tutto questo accade in una scenografia che diventa coordinata emozionale, un fazzoletto di terra vergine, un ambiente domestico in cui si rompe la linearità del tempo e dello spazio. La storia a stelle e strisce è una personificazione intrisa di lirismo, sentimento e un pizzico di humour: un secolo che cresce, cambia, si nutre di illusioni e speranze per poi invecchiare insieme ai suoi personaggi (Hanks e Wright, ringiovaniti e invecchiati con l’ausilio dell’A.I.).
“È da un’ora che mancano cinque minuti a mezzanotte”, diceva un viaggiatore del Polar Express nel film di Zemeckis del 2004, vera e propria opera-manifesto della ricerca del cineasta americano che ha saputo sondare le infinite possibilità tecnologiche attraverso l’esplorazione dell’immagine digitale, delle sue ibridazioni e delle sue rivoluzionarie metamorfosi. Se la percezione dello scorrere dei minuti è soggettiva, il singolo attimo – la piuma digitalizzata che svolazza sul Tom Hanks analogico in Forrest Gump o il colibrì-uroboro che apre e chiude Here - può dilatarsi fino ad abbracciare gli “oceani del tempo” di stokeriana memoria o disintegrarsi come le coordinate fisiche in Contact.
Nella casa di Here, di volta in volta abitata da inquilini diversi, lo spazio irreggimenta la storia (architettonica, urbanistica, tecnologica, sentimentale) umana. Tutto ciò che Zemeckis osserva e ci fa osservare da un unico punto di vista è simile a un’apoteosi voyeuristica in formato pop up con un taglio da sit com, tanto nella scelta dell’inquadratura, quanto nel canovaccio che seguono le diverse vicende.
All’interno di un piccolo appezzamento di terreno, il regista fa rivivere il mito fondativo americano, il tempo – millenario, poiché si va dalla preistoria all’età contemporanea - come estensione del nostro esistere, in cui gli uomini vivono e apprendono, hic et nunc, intimamente connessi alla dimensione fenomenologica dell’esistenza, siano essi indiani immersi nella natura incontaminata, coloni aggrappati alla terra, reduci di guerra disillusi o afroamericani spaventati dalle pericolose strade americane.
Robert Zemeckis dialoga con Heidegger, attualizzandolo attraverso una poetica visionaria dello spazio chiuso e del tempo ontologico, in cui la dimensione della storia individuale e di quella collettiva si stringono in un’anarchica stratificazione estetica e narrativa.
Tutte queste finestre cronologiche che si aprono e si chiudono – monoliti di diversa forma che schiudono ere geologiche e singoli momenti di raccoglimento familiare - raccontano promesse e sogni infranti, circonfusi da una malinconia lunare e dalla consapevolezza che la durata non si può afferrare, che non esiste più una DeLorean per modificare la Storia e le storie.
“Il tempo è volato”, dice Hanks, e il ritorno del colibrì che sbatte le sue ali digitali chiude la “fiction storica” ad alto tasso sentimentale, dando una chiara indicazione, forse testamentaria, della poetica di Zemeckis e del culmine della sua ricerca sulla (ri)definizione dell’immagine-tempo e dell’io-memoria della comunità americana.