Il nuovo film da solista di Ethan Coen aggiunge un capitolo alla sua trilogia queer, inaugurata nel 2024 con Drive-Away Dolls. Come il primo capitolo anche quest’ultimo è scritto a quattro mani dallo stesso Ethan con la moglie Tricia Cook ed è rappresentato dal volto serio di Margaret Qualley, protagonista di un’avventura vorticosa e caotica. Ancora una volta i principali riferimenti sono quelli del B movie tendente al demenziale, sciolto e disinteressato. Come nel capitolo precedente, dominano le sfumature del noir, a cui si associano quelle della commedia sexy con Margaret Qualley che si fa oggetto del desiderio, ma anche e soprattutto forza desiderante.
Nelle vesti di Honey O'Donahue, Qualley interpreta una disinibita investigatrice privata omosessuale, allo stesso tempo brillante e distratta, eroina invincibile sempre pronta all’azione e alla battuta a bruciapelo. Honey incarna in parte lo stereotipo dell’investigatore da giallo dall’intuito guizzante, ma lo fa in un modo diverso dal solito perché, più che seguire una pista, vaga, saltando da un punto all’altro come una falena attirata da luci sempre diverse. Il suo è un agire istintuale, più che razionale, è trainata da una forza centrifuga che la spinge in direzioni sempre diverse e che la porta anche contro il suo stesso lavoro, come quando cerca di convincere un cliente a non assumerla.
La stessa sceneggiatura segue un andamento centrifugo, fatto di tantissime linee narrative secondarie che si dipanano come guidate dallo sguardo ondivago della sua protagonista. E così si affastellano grotteschi personaggi, come l’ispettore di polizia che aiuta Honey e ignora i suoi tentativi di fargli capire il suo orientamento sessuale, provando ogni volta inutilmente di invitarla a cena. O il prete predatore Drew Devlin (Chris Evans), sacerdote di una setta che ruota attorno alla sua immagine e che sfrutta per ottenere favori sessuali dalle adepte, oltre che come facciata per un’organizzazione mafiosa. Oppure, ancora, MG Falcone (Aubrey Plaza), ruvida e sensuale poliziotta che si abbandona a diversi momenti di sesso sfrenato con Honey.
Come si era già notato in Drive-Away Dolls, Ethan Coen è ostile alle strutture rigide, alle sequenze ordinate e con un serrato rapporto di causa-effetto, categorie che sembrano molto più affini all’idea di cinema del fratello Joel. Preferisce evidentemente il mosaico, in cui gli elementi si dispongono casualmente sfuggendo in tutte le direzioni, portando ad esiti completamente inaspettati e a tratti assurdi. In Honey Don’t! il regista fa di questa tendenza una vera e propria dichiarazione d’intenti, specchio dell’animo della sua protagonista, trasposizione immaginifica di una libertà di scelta e di pensiero quasi rivoluzionaria se rapportata al momento culturale degli Stati Uniti (in cui infatti il film sta andando parecchio male).
Non è un caso che a differenza di Drive-Away Dolls, ambientato negli anni Ottanta, questo film sia invece collocato nel presente, seppur ancora con un’aura vintage prodotta dalle architetture trasandate di Bakersfield, dominio repubblicano in uno stato saldamente democratico come la California. Ci sono chiaramente degli intenti politici, ma non abbastanza per perdere la leggerezza e la spensieratezza del racconto in cui si esalta una regia libera e sregolata, dai titoli di testa dove i nomi appaiono sulle insegne fatiscenti dei negozi, fino alle scelte più arbitrarie, come la soggettiva di un auto che finisce in un crepaccio.
Honey Don’t! si oppone a qualunque tipo di schema: da quello di genere eteronormativo fino a quello narrativo classico. Sfrutta stereotipi e li distribuisce casualmente, producendo scene di sesso sfrenato, di violenza esplosiva fino all’esagerazione, ma anche estremamente divertenti e ironiche. Nonostante non si arrivi neanche lontanamente ai livelli della filmografia a cui i fratelli Coen insieme ci hanno abituato, la mano si riconosce fin da subito, forse ancora più che in Drive-Away Dolls.
Forse il valore di questo film risiede proprio nella sue leggerezza incondizionata di fronte all’abbrutimento sconsolante di questo tempo. Le scelte di Honey sono un manifesto politico di spensieratezza e libertà quasi di matrice sessantottina. Così in un palcoscenico dove regna un maschilismo ottuso e brutale, una violenza efferata anche da chi non te l’aspetteresti mai e la sopraffazione come principale criterio relazionale, Ethan Coen ci racconta che una Honey che la prende come viene potrebbe essere in giro in mezzo a noi e questo ci offre un timido conforto.