Quanto ci era mancata Kathryn Bigelow? Di fronte ad un contesto mediale tristemente orientato verso narrazioni univoche e sempre più timoroso nel problematizzare i punti di vista, quanto abbiamo bisogno di una visione feroce e, a volta parziale sì, ma sempre disarmante e veritiera come quella di questa regista? Sono passati otto anni da Detroit, ultimo preziosissimo innesto nella sua filmografia, di una carriera che tra tenebrose distopie e ricostruzioni biografiche sta sempre più assumendo la forma di un affresco sulla vocazione umana all’autodistruzione.
Un tragico sottotesto che diviene tema centrale del film che segna il suo ritorno dopo il lungo periodo di inattività, A House of Dynamite, opera che fin dal titolo afferma con inequivocabile forza polemica la volontà della prima donna vincitrice di un Oscar alla regia di gettarsi nuovamente, armata di macchina da presa, nel dibattito geopolitico contemporaneo. E ancora una volta lo strumento prediletto, quello che da sempre brandisce con innata disinvoltura, è quello della tensione.
Partendo dai particolari per poi allargare inesorabilmente il raggio d’azione, Bigelow innesta un conto alla rovescia al termine del quale gli equilibri che reggono la civiltà umana potrebbero essere stravolti. Ma non siamo nel territorio della fantascienza, non del tutto, perché questo mondo sull’orlo del baratro, quella apocalisse atomica tanto temuta e ipotizzata da varie forme narrative dopo il 1945, è terribilmente simile al nostro.
Not if. When. È la tagline del film, scritta che campeggia sui minimali quanto impattanti manifesti promozionali del film. Come ad affermare che la lunga notte della specie umana non è più una catastrofica possibilità da scrutare da una rassicurante distanza, ma una certezza imminente, incontrovertibile. A tal fine, come già avvenuto nei suoi lavori più recenti, Bigelow si cala, ancora rigorosamente camera in spalla e ad altezza d’uomo, nella routine di alcuni funzionari dello stato americano. Operatori governativi, per cui la prevenzione di una catastrofe di questa portata è ordinaria amministrazione, vengono mostrati all’inizio delle loro giornate tramite tre frammenti in cui si divide il film e che declinano le differenti angolazioni da cui la vicenda viene osservata.
Tre linee convergenti verso un punto comune, una collisione tra una testata atomica di provenienza sconosciuta con la città di Chicago, un timer che segna i minuti che separano dall’impatto, la frenesia per la ricerca di soluzioni che si rivelano futili e una sola terrificante certezza: nemmeno nei luoghi in cui la sicurezza di un Paese è il pane quotidiano si è pronti ad affrontare il peggio. A House Of Dynamite parla di un’ipotesi, estrema ma raggelante, data la sua prossimità. Il titolo stesso è una metafora esplicativa del punto in cui si è spinta l’umanità, che nella cieca persecuzione del potere ha raggiunto un confine precario in cui una giornata storta al lavoro può significare la fine del mondo.
Ma soprattutto quello di Bigelow sembra un disperato ammonimento; un grido di allarme verso una società che, barricatasi in una casa di dinamite, con nitroglicerina che scorre nelle tubature e polvere da sparo nascosta sotto i tappeti, procede scherzando con i cerini inconscia del pericolo. Perché anche giocando con la fine del mondo si è restii a credere che la situazione possa volgere al negativo, perché “today it’s a sunny day”, e ci possono essere mille spiegazioni che possano evitare di scontrarsi con la realtà dell’annichilimento.
Le questioni vengono sollevate, le trappole retoriche più ovvie evitate con mestiere e allo stesso modo si rinuncia a facili collegamenti con la realtà, optando piuttosto per ironizzare su di essa (per due terzi del film la figura del presidente è relegata ad una finestra nera su uno schermo da cui proviene una voce il cui timbro è facilmente accostabile a quello di Donald Trump, ma nella parte finale si scopre che l’interprete è Idris Elba, nei panni di un capo di governo immaginario), il tutto incanalato magistralmente attraverso i meccanismi della suspense e dell’azione.
Il risultato è una deflagrazione di adrenalina che non si risolve al termine della visione, perché le ripercussioni scavano in profondità, pervadendo i timori e alterando le coscienze di chiunque si sia rispecchiato nei volti dei personaggi tramortiti dall’incredulità e soffocati dalla paura. Kathryn Bigelow è tornata e con un ennesimo lampo di grande cinema ci ha indicato la provenienza del pericolo, ora sta a noi cogliere il suo segnale, muovere lo sguardo per non soffermarci sul dito e alzarlo verso la luna.