Dopo il personaggio della lesbica suicida di Flicka och hyacinter (H. Ekman, 1950), ritroviamo Eva Henning in un altro ruolo enigmatico e sfuggente in I dimma dold (In the mist, 1953) di Lars-Eric Kjellgren, uno dei registi svedesi più affermati degli anni Cinquanta, oggi parzialmente dimenticato. Come in Flicka och hycinter, anche durante tutto questo film risalta il ritratto del personaggio interpretato da Henning che, fin dal particolare del dipinto e dal nome, Lora, richiama un’altra protagonista, questa volta di un classico noir americano, Laura (1944) di Otto Preminger, uscito in Italia con il titolo di Vertigine.

In I dimma dold il film di Preminger è citato esplicitamente in un dialogo tra l’ispettore di polizia e Lora che ha sparato tre colpi al marito ignobile e crudele, stufa delle continue umiliazioni a cui lui l’ha sottoposta dal giorno del matrimonio. Quei tre colpi di pistola, tuttavia, sono stati davvero decisivi a provocare la morte dell’uomo o qualcun altro ci aveva pensato prima della moglie? Lora è convinta di essere colpevole e tenta di far perdere le proprie tracce ma il devoto e sempre più innamorato ispettore Myrman è invece persuaso della sua innocenza e inizia a portare alla luce tutte le motivazioni che la cerchia di parenti e amici del marito aveva per volerlo morto.

Il puntiglioso ispettore ha buon gioco a svelare la decadenza morale della borghesia svedese nell’immediato dopoguerra, ma, mentre nella diegesi un colpevole viene effettivamente assicurato alla giustizia, per noi spettatori il personaggio di Lora rimane avvolto da un alone di ambiguità: la nebbia del titolo non si riesce davvero a diradare completamente.

Questo breve riassunto della trama vuole mettere in evidenza il genere ibrido di I dimma dold. La scena iniziale del presunto assassinio del marito, in cui Lora è chiaramente identificabile e che è, anche, in parte, ripresa in soggettiva, apre il film con un registro decisamente noir. Altri elementi iconografici, come la nebbia del titolo, ricorrente in varie scene, la struttura narrativa a flashback, la caratterizzazione ambigua di Lora come vittima ma anche possibile colpevole seduttrice e quella dell’ispettore di polizia come coinvolto in prima persona nell’inchiesta, dato il suo interesse sentimentale per la sospettata, confermano la dimensione noir della vicenda.

Tuttavia, lo stesso ispettore, a differenza di altri eroi noir maschili, non perde quasi mai il proprio equilibrio psicologico o la propria capacità razionale. Pur essendo emotivamente coinvolto nella vicenda, non abbandona un certo distacco che gli permette di mantenere uno sguardo d’insieme sui vari sospetti. Nelle fasi finali della vicenda, tutti i sospetti vengono riuniti sulla scena del crimine, il salotto dell’isolata villa di Lora e del marito, in cui l’ispettore ripercorrerà le varie tappe dell’indagine, indiziando a turno tutti i presenti per arrivare all’improbabile colpevole.

Nonostante il colpevole non sia il maggiordomo, queste sono tutte caratteristiche che, insieme anche all’ambientazione alto-borghese, avvicinano I dimma dold ad un giallo più tradizionale, ad enigma, proprio della tradizione anglosassone.

Non sempre queste due dimensioni si fondono in un equilibrio convincente ed organico nel film. Il regista sembra aver avuto più fiducia nelle sue capacità di creare atmosfere ambigue piuttosto che puzzle da ricomporre, sospetto che ci viene confermato dal finale che non riporta del tutto l’ordine nella vicenda e che è il movente per un’ultima gelida inquadratura di Lora come donna del ritratto o, più letteralmente, in the window. Un’immagine che, qualsiasi lingua vogliamo usare, ci riporta alla dimensione noir dell’inizio.