Dopo Il treno va a Mosca (2013) e Il varco (2019), Federico Ferrone e Michele Manzolini tornano a collaborare per un’opera che si può considerare parte di una trilogia apocrifa sull’“archivio del viaggio”. In tutti e tre i casi, al centro dello sguardo e della narrazione ci sono immagini d’archivio che accompagnano il racconto di uno o più uomini partiti dall’Italia verso un altrove capace di scombinare le loro aspettative. Se nei primi due film la destinazione era la Russia, questa volta, con I fratelli Segreto, ci si sposta verso Occidente: il Brasile diventa terra di speranza per tre fratelli partiti dall’Italia alla fine dell’Ottocento in cerca di fortuna e di condizioni di vita migliori.

Più che trovarlo in America, il sogno però sono loro a portarlo: dopo l’arrivo dei maggiori, Pasquale e Gaetano, sarà Alfonso Segreto a introdurre il neonato cinematografo a Rio de Janeiro, diventando di fatto il primo regista della storia brasiliana. Un carattere affabulatorio del cinema delle origini ripreso dalla stessa narrazione del film, che sin dall’inizio dichiara di non seguire un percorso filologico rigoroso nella ricostruzione delle vicende dei fratelli, facendo invece ricorso alla fantasia e all’invenzione per sopperire alla scarsità di informazioni affidabili.

In maniera speculare, pur mantenendo uno sguardo unitario, le riprese non provengono da una singola fonte: sono l’esito di una ricerca che ha consultato numerosi archivi internazionali per restituire l’immagine di una nazione e di una città in una fase di transizione verso la modernità. Poiché il viaggio transatlantico prende avvio prima dell’invenzione dei Lumière, i materiali utilizzati non possono che essere successivi per datazione, ma ciò non li rende meno efficaci nel trasmettere l’atmosfera, insieme fantasmatica ed elettrica, del Nuovo Mondo.

Ed è nella loro condizione di immigrati e nella loro difficoltà a integrarsi nel mondo brasiliano che i tre fratelli maturano l’idea di importare il cinema dall’Europa, sottolineando la natura familiare e popolare degli esordi della settima arte. Un carattere necessariamente transitorio che fa da contrappunto alle loro esistenze, le quali passano dalla microcriminalità e dalla prigionia al riconoscimento postumo come eroi nazionali.

Il loro operato ha inciso in modo duraturo sul volto di Rio, una città che ancora oggi, nella sua geografia, conserva echi di inizio Novecento, come suggeriscono in parallelo le riprese contemporanee del film. Questa commistione tra immagini nuove e d’archivio — già al centro di Il varco — assolve a una duplice funzione: da un lato restituisce le metamorfosi della città nel tempo, dall’altro alimenta un archivio pronto per essere utilizzato dal cinema del futuro.