Archivio
“I fratelli Segreto” e il viaggio del cinema delle origini
Dopo Il treno va a Mosca (2013) e Il varco (2019), Ferrone e Manzolini tornano a collaborare per un’opera che si può considerare parte di una trilogia apocrifa sull’“archivio del viaggio”. In tutti e tre i casi, al centro dello sguardo e della narrazione ci sono immagini d’archivio che accompagnano il racconto di uno o più uomini partiti dall’Italia. Se nei primi due film la destinazione era la Russia, questa volta, con I fratelli Segreto, ci si sposta verso Occidente: il Brasile diventa terra di speranza per tre fratelli partiti dall’Italia alla fine dell’Ottocento.
“La cosa migliore” e il giudizio sospeso
La macchina da presa di Federico Ferrone segue con sicuro piglio documentaristico i personaggi di La cosa migliore attraverso gli spazi del nostro Nord-Est post-industriale, freddi e sovrastanti nella loro monumentalità. Parcheggi e bar dove si cercano forme di creatività e di aggregazione, casermoni geometrici dove la vita famigliare non ha spazi di riservatezza per elaborare perdite o sentimenti di intimità, fabbriche senza più una catena di montaggio ma comunque alienanti e sempre organizzate secondo un’ottica di caporalato e nonnismo.
“Il varco” e la zona franca tra finzione e documentario
Ingenuo, insomma, chi pensa che il found footage non menta: persino il più trasparente dei filmini amatoriali, sottoposto alla tirannia degli anni, può trasfigurarsi in enigma. Lo sanno bene Federico Ferrone e Michele Manzolini, che firmano a quattro mani una creatura spuria e bifronte: il loro film è fatto di immagini della fallimentare campagna di Russia del 1941, provenienti dall’Istituto Luce e dall’archivio Home Movies. Immagini che più vere non si può, ma frammentarie, a cui il rimontaggio e la voce over infondono una nuova unità di senso. I filmini delle piane dell’Ucraina, prima dolci e poi innevate, solcate dai treni che portavano i militari italiani alla guerra, sono girate dai militari stessi, pedine nella marea di sangue del fronte orientale che vollero catturare le tappe di un viaggio sciagurato.