Ogni edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è uno sguardo sul mondo. Una convergenza di tendenze, temi e stili che pervadono la settima arte a livello mondiale, concentrati nello spazio temporale di una decina di giorni e accostati al fine di risaltarne i tratti in comune e valorizzarne le diversità. È un punto di riflessione sullo stato di un’industria che ingloba elementi eterogenei, li fonde e li restituisce in versione amplificata.

L’ottantaduesima Biennale Cinema non ha costituito un’eccezione, con un programma che, in continuità con gli anni passati, e sempre sotto la cura di Alberto Barbera, ha rinnovato il solido legame con l’ambiente hollywoodiano, senza però sacrificare le altre cinematografie. Sono ormai diversi anni che dalla rassegna veneziana emergono titoli in brado di avere in seguito un ruolo centrale nella “awards season”.

E la presentazione all’interno della selezione ufficiale di film realizzati da autori come Yorgos Lanthimos, Kathryn Bigelow, Guillermo del Toro e Noah Baumbach può essere considerata una conferma di questa tendenza, anche se verosimilmente non tutti i nomi cui si fa riferimento possono sperare di avere lo stesso tipo di percorso nella stagione a venire. Una familiarità con l’ambiente americano che viene ribadito con l’assegnazione del Leone d’oro a Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch.

Alla sua prima partecipazione all’interno del concorso ufficiale, il grande cineasta riceve il massimo riconoscimento, per un’opera che, per quanto accolta positivamente, si fatica a contemplare tra le migliori della sua eccezionale filmografia, rimanendo apprezzabile più come riconoscimento alla grande carriera di questo esploratore delle arti (oltre che cineasta anche sopraffino musicista) che come premio al singolo film.

Al di là del parere riguardante i vincitori finali, ciò che emerge dalla selezione di Venezia 82 è la volontà del cinema contemporaneo di volersi confrontare con il mondo che lo circonda, oltrepassando le potenzialità escapiste del racconto filmico per riscoprirsi occhio indagatore del presente. E la buona notizia è che tale proposito è perseguito senza sacrificare la ricerca linguistica, modalità di costruzione narrativa che non annullino completamente la distanza dal reale, ma tuttalpiù riescano ad essere un’importante cassa di risonanza delle pulsioni che animano il mondo in cui viviamo.

Allora ben vengano le esasperate ripercussioni del capitalismo di Park Chan-wook, i grotteschi simulacri di Sorrentino, o ancora il surrealismo canzonatorio di Lanthimos nei confronti del complottismo, fino all’elevazione di dolorosissimi materiali di cronaca a forma d’arte che possa smuovere gli animi operata da Ben Hania. Un sentimento che non ha abbracciato solamente i film in concorso, ma che può essere individuato anche nell’immediato riferimento all'attualità di Luca Guadagnino (con il suo After The Hunt) o nel personalissimo atto di elaborazione del lutto di Ross McElwee, con il suo toccante Remake.

Si arriva così anche alle sezioni collaterali, quelle da sempre più aperte alla sperimentazione e al rischio, da cui sono emerse delle folgoranti fiammate come quella di Barrio triste diretto dal fotografo Stillz e prodotto da Harmony Korine, presentato nella sezione Orizzonti; lasciato ingiustamente a bocca asciutta dalla giuria presieduta da Julia Ducournau, ma in grado di dare vita ad un'esperienza immersiva di rara intensità. Rilevanti in tal senso anche le distopie a corta gittata presentate nel ricco programma della Settimana Internazionale della Critica, a partire dalla satira bellica del vincitore Straight Circle (Oscar Hudson), ma anche nella ribellione femminile di Gorgonà (Evi Kalogiropoulou) o nella notevole reinterpretazione del fondamentalismo religioso in chiave horror di Roqia (Yanis Koussim).

Una connessione con il reale che si è palesata anche con i film che hanno accompagnato i riconoscimenti alle carriere di Werner Herzog, che ha presento fuori concorso lo straordinario Ghost Elephants, e di Kim Novak, omaggiata con il decisamente più convenzionale Kim Novak's Vertigo (Alexandre Philippe), la cui forza, più che nella celebrazione del divismo della protagonista, risiede nel misterioso fascino che ancora avvolge il capolavoro hitchcockiano.

Ma al di là dei film, forse questa ottantaduesima edizione del Festival di Venezia, verrà ricordata per l'urgenza che ha animato incontri, scambi e dichiarazioni. Senza troppo giri di parole, l'onta del genocidio palestinese non è mai stata tanto pressante nel dibattito culturale intorno al cinema e il festival è stato da più parti richiamato a svolgere la sua funzione di luogo di confronto per temi di cui l'arte deve farsi portatrice.

E allora sembra giusto ammettere che, se in altre occasioni avremmo gioito per l'assegnazione del Leone d'Oro a Jim Jarmusch, in questo caso resta l'amarezza per il mancato e forse doveroso massimo riconoscimento a The Voice of Hind Rajab, opera ponte tra realtà percepita, realtà mediata e realtà ricostruita. Il valore del film di Kaouther Ben Hania, come abbiamo già avuto modo di dichiarare, si manifesta oltre i limiti della fattura artistica (la quale peraltro non andrebbe sminuita, rivelandosi notevole sotto molteplici aspetti), imponendosi come opera manifesto di un'edizione che è stata pervasa dalla necessità di intercettare le grida di aiuto di tutti gli individui che, dalla Palestina ad ogni area vessata del pianeta, temono di non avere voce.

La voce di Hind Rajab è la forma più straziante e incontrovertibile di questa richiesta, che a Venezia ha cercato (per quanto possibile) di trovare una consistenza anche lontano dal grande schermo, attraverso l’iniziativa Venice4palestine, in cui innumerevoli figure operanti a più livelli nel cinema italiano hanno cercato di spronare la Mostra ad assumere una posizione precisa in quella che ancor prima di uno scontro ideologico è un atto di salvaguardia del termine "umanità", nella sua più pura accezione.

La voce di Hind Rajab era presente nelle lacrime e nella rabbia che ha animato gli oltre diecimila manifestati che nel pomeriggio di sabato 30 agosto, partendo dalla stazione di Santa Maria Elisabetta, hanno attraversato le vie del Lido fino agli ingressi degli spazi della Mostra, al fine di richiamare i riflettori del red carpet, gli obiettivi dei fotografi e dei teleoperatori, su un'area che per troppo tempo è stata ignorata.

Questo è il sentimento più vivo e profondo che ha mosso e animano anche il lavoro di una divulgazione critica che deve avere il dovere di riscoprirsi militante e polemica: perché è inaccettabile che sulle pagine di un quotidiano nazionale venga insinuato che il martirio di una bambina di nemmeno sei anni sia preferibile alla sua crescita all'interno della società che l’ha vista nascere, per quanto coercitiva e contestabile. È inaccettabile che un'istituzione culturale rimanga in silenzio di fronte alle richieste incalzanti di artisti, operatrici e operatori del settore, che chiedono una presa di posizione.

Ma dal momento che un luogo come la Mostra del cinema non appartiene solamente agli organizzatori, ma anche (e forse soprattutto) a chi lo frequenta, lo vive e lo anima, è giusto che ogni spazio dedicato al racconto di quanto avviene nelle sale e nei luoghi periferici ad esse, si prenda la responsabilità di praticare informazione e analisi ribadendo l'avversione nei confronti della passività dell'occidente di fronte ai crimini del sionismo e di tutte le ideologie colonialiste.

Il Leone d'oro a The Voice Of Hind Rajab sarebbe stato solo l'apice di questa lotta contro l'indifferenza, una lotta che tuttavia non si esaurisce con la chiusura del festival, ma che pretende di continuare ogni giorno per una continua concezione e riscoperta della cultura come forma implacabile di resistenza.