"Tutti i matrimoni felici si somigliano, ogni matrimonio infelice è invece infelice a modo suo". Il celebre incipit di Tolstoj (volutamente variato) si regge saldo ancora oggi, se non fosse che alle volte, alcuni matrimoni possono raggirare l’infelicità e diventare dei thriller.

Questo è il caso de Il corpo, film diretto da Vincenzo Alfieri e presentato fuori concorso alla 42esima edizione del Torino Film Festival. L’opera è il remake dell’omonimo lungometraggio spagnolo El cuerpo (2012) del regista Oriol Paulo. Come sappiamo, gestire un remake può tradursi nell’intraprendere una strada cinematografica piuttosto tortuosa, ma ciò non ha scalfito Alfieri che ha saputo giostrare i meccanismi della vicenda narrativa in maniera autoriale e sofisticata.

Un matrimonio idilliaco, quello tra Bruno Forlan (Andrea Di Luigi) e Rebecca Zuin (Claudia Gerini), forse un poco preda dello stereotipo che vede un giovane professore precario raggiungere l’apice professionale sposando una donna non altrettanto giovane, ma (a suo discapito), ricca e potente proprietaria di un’azienda farmaceutica. Fino a qui, tutto bene. 

Quando però viene ritrovato il corpo senza vita di Rebecca (il nome richiamerà forse Hitchcock?) e ancor di più, quando il corpo sparisce inaspettatamente dall’obitorio, l’idillio inizia ad infrangersi in crepe minute che prepotenti si allargano a causa di segreti, passioni e colpe che intaccano l’ormai instabile apparenza coniugale.

Inizia così un vortice oscuro e intricato che risucchierà Bruno, trascinandolo con le sue menzogne, i suoi rapporti extraconiugali (prima la sorellastra di Rebecca e poi la studentessa Diana) e con il suo amore disfunzionale per la moglie, morta e scomparsa dall’obitorio. Se il film si apre con il gaudio matrimonio, per tutto il resto della storia scopriamo aneddoti e flashback coniugali sprezzanti, che svelano il carattere manipolatore e narcisista di Rebecca, alla quale piacciono incondizionatamente gli scherzi.

E proprio lo scherzo diventerà il filo conduttore del film, tanto da innescare il dubbio divorante che sia tutta un’invenzione, che non ci sia alcun cadavere, ma che si tratti di un piano punitivo messo in atto per vendetta nei confronti di Bruno. Ad occuparsi delle indagini è l’ispettore Cosser (Giuseppe Battiston), un uomo che vive nel ricordo doloroso della moglie deceduta e che, come il Dottor Jekyll e Mister Hyde, nasconde aspre verità imbevute di rancore e rimpianti tossici.

Tra le ipotizzanti congetture e gli indizi sparpagliati che si raccolgono compiutamente alla fine (come in ogni buon thriller) il meccanismo formale vincente della storia è la tecnica narrativa conosciuta come aringa rossa. Quest’ultima può essere ascritta come un depistaggio cinematografico che induce a costruire una specifica versione della storia e accreditarla come veritiera per far perdere l’orientamento allo spettatore e coglierlo del tutto impreparato sul gran finale.

Accanto a ciò, il film demarca un sapiente uso della cinepresa che, come un segugio intento a fiutare le tracce, scandaglia ogni possibile inquadratura, dai primissimi piani degli sguardi furtivi alle panoramiche più ampie, testimoni di prove schiaccianti e risolutive. Ad enfatizzare questa nevrotica indagine aiuta notevolmente la scenografia (di Simone Taddei) che non solo configura l’obitorio il luogo centripeto delle azioni, ma anche il labirinto psicologico ove i personaggi vagano con i propri fantasmi. La musica racchiude il tutto e, assertiva ai momenti salienti della storia, vince una nota di merito grazie alla creazione di un’atmosfera sepolcrale e lugubre, sospesa nel mistero.

Il corpo è un thriller astuto che sa ingannare e intrattenere gli spettatori. La regia di Alfieri funziona come una poker face, soltanto alla fine svela e tira la carta che gli farà giocare la mano più forte e vincere tutto contro la sfida del remake.