Il contesto spazio-temporale del film di Valerio Zurlini è (ir)riconoscibile sin dalle prime sequenze che mostrano strade silenziose (si può ascoltare solo il mesto rintocco di una campana), edifici e monumenti dallo stile neoclassico (rimembranze d’impronta metafisica) e una data ucronica che sembra tratta da una pellicola di fantascienza: lunedì 2 agosto 1907.

In realtà era un venerdì ed è improbabile che il diligente cineasta bolognese abbia commesso un errore come è perlomeno curioso che Dino Buzzati, autore del romanzo, sia nato nel 1906 (poco meno di un anno prima) e che il 1907 sia destinato a marcare un periodo di alleanze/intese e tensioni europee determinanti per l’incombente Grande Guerra. Per fatali “ricorsi storici” il libro fu pubblicato il 9 giugno 1940, a poche ore dalla decisione (e dal conseguente annuncio) di Benito Mussolini di coinvolgere l’Italia nel secondo sanguinoso conflitto mondiale.

Il deserto dei Tartari uscì nelle sale nel 1976 e, nonostante sia ispirato, per narrazione e ambientazione, ad accadimenti cronologicamente definibili (indubbi i riferimenti socio-politici alla prima metà del Novecento), è evidente che evoca una dimensione sospesa. Al centro del racconto c’è la Fortezza Bastiani, luogo liminale e astratto, immerso nel deserto ma popolato da ricordi, in un ciclo (in)finito. In questa geometrica e isolata struttura l’ufficiale Drogo (un giovane Jacques Perrin in stato ipnotico) consuma la propria esistenza nella perenne minaccia di un nemico imminente: i “Tartari”.

Il regista si sofferma meta-linguisticamente sui limiti dell’umano sguardo (e del cinema): il cannocchiale che punta su sorprendenti epifanie ma restituisce ambigui scenari, il cavallo bianco che improvvisamente appare e poi si dilegua in un paesaggio polveroso, una donna che si allontana e rimane irraggiungibile. Vedere significa vivere un’illusione: ogni segno è un vano rimando. L’orizzonte è sempre oltre, e la verità (s)fugge.

La luce magistrale di Luciano Tovoli scolpisce le superfici e i volumi in modo contrastante: esterni abbaglianti e solari in contrapposizione a interni minacciosi e oscuri, dall’aspetto sepolcrale. Le lunghe ombre, le opalescenti giornate, i diffusi tramonti gradualmente costruiscono un universo visivo che riflette l’inesorabile scorrere del tempo e la sua fallace percezione soggettiva. Le architetture e i vuoti riecheggiano la pittura di Giorgio de Chirico, mentre la rarefazione cromatica e gli oggetti essenziali citano le nature morte di Morandi.

Zurlini traduce in immagini l’ampio respiro delle parole di Buzzati, serbando mirabilmente la tensione filosofico - spirituale. Se il testo si distingue per una prosa limpida ma carica di inquietudine, il lungometraggio ne riprende il ritmo interiore tramite forme contemplative e dialoghi sobri, di inusitato rigore psicologico.

Le sonorità crepuscolari di Ennio Morricone, di freddo intimismo, commentano un mondo immobile e stanco e una galleria di comandanti/padri sconfitti dalla Storia (Filimore/Gassman, Nathanson/Rey, Ortiz/von Sydow), di militari graduati/figli devoti anche se con indole differente (Drogo/Perrin, Matis/Gemma, Rovine/Trintignant), di volti anonimi di semplici soldati impressi nella roccia.

La corrosione di un’epoca e di gerarchie di potere, il cupio dissolvi di animi in sacrale attesa che si compia la propria sorte tra coraggio e disagio delineano l’orizzonte di senso sia delle pagine scritte che dei fotogrammi di una memorabile opera d’arte.