“Questa è la sua storia. O almeno una di quelle possibili”, recita la frase in apertura del Falsario, il film di Stefano Lodovichi ispirato alla storia vera del falsario Antonio Chichiarelli, distribuito da Netflix dopo l’anteprima alla Festa del Cinema di Roma. Peccato che il film di Ludovichi non giochi proprio su quel rapporto tra arte e verità che è proprio del cinema e che avrebbe trovato un’epitome perfetta nella figura di un falsario, artista che del falso fa la sua arte.

Invece il film, con Pietro Castellitto nei panni dell’eponimo falsario Toni, si concentra più sulle vicissitudini e le implicazioni criminose degli affari del falsario, che si intrecciano con le vicende della Roma e dell’Italia degli Anni di Piombo, tra mafiosi e politici, brigatisti e cardinali. Il falsario è un noir à la romana, città che da anni è diventata il set preferito di questo genere in Italia, come se da solo il suo sex appeal bastasse alla riuscita del film; e anche un biopic ispirato alla vita di un personaggio moralmente ambiguo e per questo potenzialmente interessante.

Ma soprattutto è un film che segue gli stilemi preferiti dalla piattaforma di streaming per cui è stato prodotto: dalla palette colori che vira nettamente sui toni caldi all’utilizzo della voce narrante del protagonista che anticipa i fatti che si stanno per svolgere, passando per l’espediente di mostrare il finale del film in apertura, sviluppando poi la narrazione in flashback. Insieme all’utilizzo di un ritmo veloce e sostenuto per tutta la durata del film, questi espedienti riflettono la volontà di mantenere alta a tutti i costi l’attenzione dello spettatore, come se il film fosse un testo pubblicitario che deve guadagnarsi l’attenzione di chi guarda attraverso un gancio che ne giustifichi la lettura.

Toni, arrivato a Roma dalla provincia con l’obiettivo di diventare un artista di successo nella capitale, grazie al suo carisma conquista il cuore della gallerista Donata (Giulia Michelini), che gli commissiona copie di opere famose e lo introduce al giro della Banda della Maiana, capitanato da Balbo (Edoardo Pesce), che a sua volta intesse relazioni con losche figure che curano gli interessi dello Stato, come il temibile Sarto (Claudio Santamaria).

Grazie all sua abilità il Falsario diventa il perno dei rapporti tra Stato, mafia e Chiesa, in un periodo storico in cui i loro interessi si intrecciano e si confrontano nel caso del rapimento di Aldo Moro, in cui Toni rimane invischiato per via delle sue abilità, che gli fanno guadagnare il compito di falsificare i comunicati delle Brigate Rosse, ma anche della sua amicizia con ‘Fabione’, operaio diventato brigatista e coinvolto nel rapimento di Moro, che Toni cercherà di aiutare.

Il falsario restituisce uno spaccato del panorama sociale e politico degli anni di Piombo, che non fa da sfondo ma è parte integrante della narrazione, prendendo anche una posizione politica che dà un’interpretazione dei fatti: tuttavia i personaggi e le dinamiche rappresentate risultano superficiali e poco approfonditi, cosa che sarebbe stati più coerente in un lavoro di re-immaginazione di fatti realmente accaduti che di racconto di una storia vera sconosciuta ai più.

Il film sceglie di percorrere perlopiù la seconda strada, ma nell’ibridazione tra realtà storica ed elementi di finzione narrativa Il falsario si indebolisce e si perde nel mare di contenuti di livello medio che Netflix ci propone. Qualche scintilla di originalità si accende nella sequenza relativa alla rapina al deposito, in cui la realtà storica – le Brigate Rosse - funge da pretesto per immaginare e mettere in scena una rivincita farsesca e divertente: se il Falsario avesse seguito questa linea narrativa, sarebbe riuscito probabilmente a raccontare la sua storia con più efficacia. Anche le interpretazioni – eccezion fatta per quella di Vincenzo (Andrea Arcangeli), l’altro amico storico di Toni – sembrano poco convinte, come se gli attori fossero costretti a indossare i panni di personaggi che non conoscono abbastanza – e rimangono così superficiali e piuttosto grossolane.

Se, come sostiene Toni, suo figlio “è l’unica cosa vera che ha fatto”, anche nel Falsario si respirano pochi momenti di autenticità e di scardinamento di una narrazione confezionata ad uso e consumo del pubblico di riferimento, ma, a differenza del lavoro del protagonista, unico nella bravura con cui imita gli originali, il film non è l’unico a riprodurre dinamiche e situazioni del genere di riferimento, e ciò intacca l’efficacia e l’originalità del suo racconto.