Se non esiste verità biologica più egualitaria di quella di essere al mondo come figli di qualcuno fin dalla nascita, è esperienza quasi altrettanto trasversale, in qualsivoglia età, l’incontro fondativo con un maestro. D’accatto o per vocazione. D’istruzione, di vita, di erranza.
Una triade prodigiosa e fatale concentrata nella sagoma compatta e imbolsita di Raul Gatti (Pierfrancesco Favino), improvvisato coach di tennis dopo un’effimera ascesa sui campi di terra rossa, un rigurgito screziato dell’edonismo degli anni Ottanta che Il maestro di Andrea Di Stefano circoscrive nella leggerezza di una malinconia latente ma non nostalgica, nel crepitio della dissolvenza di fine epoca, del suo sogno febbrile e dei suoi epigoni guasconi, in un bassorilievo non calligrafico ma di carezzevole e nitido manto.
E se una lezione di tennis, con le combinazioni geometriche e il fuoco agonistico contro se stessi, è una metafora filosofica di empirica sopravvivenza, come conclama tanta letteratura, il tredicenne Felice (Tiziano Menichelli), dal nome antifrastico, intercetta con la racchetta in mano una svolta formativa nella cruciale estate del 1989, polarizzata tra due cattivi maestri.
Campione regionale e figlio di un’arrancante piccola borghesia, Felice, per il salto di carriera, viene affidato dall’ambizioso e ottusamente naïf padre ingegnere a Raul Gatti, ex professionista con il best ranking di un ottavo di finale al Foro Italico e ora anima randagia e brulicante, imbottito di psicofarmaci ed esiliato dalla comunità degli affetti, meteora del jet set, bon vivant con la sindrome di Peter Pan, da sempre estroso e predestinato soccombente.
Nelle trasferte di allenatore e allievo tra Centro e Nord Italia per i tornei nazionali, Di Stefano, che firma la sceneggiatura con Ludovica Rampoldi, non opera una rinvigorita decodificazione di genere, come nel notevole noir L’ultima notte di Amore, ma concatena toni e suggestioni popolari (tra buddy e road movie, commedia all’italiana), abbozzate e poi sfumate, per affrescare un apologo morale che si adagia su rodati topoi, ma si riscatta anche per un non artefatto elogio dei perdenti.
In un’Italietta di sportività spensierata, combriccole famigliari e amori irregolari, si consuma per tutti un imperativo di maturazione, rispetto ai propri limiti, a vecchie e nuove responsabilità genitoriali e alle germinali inquietudini degli anni Novanta, in una poetica del limine, tra secondi turni mancati ed eccessi letali, e in un aut aut vivendi, tra il prototipo del robotico Ivan Lendl e quello epicureo di Guillermo Vilas, tra gli astratti schemi didattici di un padre à la Agassi e la voracità audace e dolente del maestro.
Come se un professor Keating con l’acceleratore folle di Gassman in Il sorpasso si protraesse nelle ombre della ribalta di una fioca Norma Desmond, in un campo di resistenza oltre quello di gioco che il film moltiplica e sfalda, distende e accorcia con le variazioni dinamiche di un match e dei suoi protagonisti, smorzate sotto le spoglie della limpidezza di racconto.
Cinema di ammaliante ritrattistica psicologica chiaroscurale che allieta come feel-good movie, tragicommedia dialettica di costume e caratteri in una matrice d’autore, Il maestro centra, negli ultimi anni, la forma più ariosa e meno cerebrale del tennis come spettacolo narrativo. Più che nelle prospettive critiche e letterarie sull’arte della racchetta di altri imprescindibili maestri come Serge Daney e David Foster Wallace, ci si inoltra, pur con qualche passaggio forzato, a metà strada tra i reietti di Antonio Pietrangeli e il trascurato Io e te di Bernardo Bertolucci, con il suo amorevole scontro tra solitudini, da cui si eredita l’effigie di un ballo come scena madre e un’inquadratura finale nel segno di I 400 colpi di Truffaut.
Perché tra una strategia di difesa oltre la linea di fondo e l’attacco di un serve and volley a rete, vincono, per unanime elezione, le passioni umane e quei perdenti che sanno sbaragliare l’infelicità, nella conquista espressiva di un piano ravvicinato con sguardo in macchina.