Il primo lungometraggio di Francesco Barilli, che inizia la sua carriera come attore e sceneggiatore dirigendo nel ’68 il cortometraggio Nardino sul Po, si può definire un’opera prismatica, le cui finezze stilistiche si ascrivono in pieno al giallo italiano anni ’70, mentre le atmosfere stregoniche ed esoteriche lasciano presagire future “lacrime, tenebre e sospiri” argentiani.

Se alcune suggestioni sembrano rimandare a vicini echi baviani, la storia, scritta da Barilli e co-sceneggiata insieme a Massimo D’avack, rivela il proprio debito nei confronti della temperie paranoica inaugurata da Rosemary’s Baby e proseguita in Italia da Corrado Farina (…Hanno cambiato faccia) e Aldo Lado (La corta notte delle bambole di vetro).

È tuttavia nel tripudio estetizzante e scenografico d’insieme, culminante in un feroce grandguignol finale, che Il profumo della signora in nero esprime una notevole originalità nell’impatto visionario e nel simbolismo escatologico che rifulge in una magistrale “filologia esoterica d’interni”. Barilli, in fin dei conti, è un esteta della forma e, avvalersi di un direttore della fotografia come Mario Masini, contribuisce a creare quadri dai colori saturi e massima attenzione alla composizione artistica della scena.

Dal quartiere romano Coppedè, l’orrore si irradia all’interno degli appartamenti di Silvia Hacherman (Mimsy Farmer, Quattro mosche di velluto grigio), la protagonista della vicenda, incapace di superare il trauma della morte della mamma e presto succube di allucinazioni, doppi malefici e apparizioni che rimandano al suo oscuro passato; il film di Barilli trasforma il quartiere romano tanto caro al Dario Argento di L’Uccello dalle piume di cristallo e Inferno in un teatro degli orrori a cielo aperto, i cui miasmi arrivano a corrompere le persone più insospettabili e finiscono per creare una cappa mefitica sul quartiere.

Tra evocazioni polanskiane ed espliciti riferimenti ad Alice nel paese delle meraviglie, Il profumo della signora in nero, pur esagerando in barocchismi e in iperboli stilistiche, cerca di rimanere ancorato a un realismo del quotidiano che, tramite uno scivolamento progressivo nel delirio, costruisce un meccanismo tensivo di grande livello.

La tensione narrativa raggiunge il massimo spannung in un finale che è un vero e proprio shock, così come sarà l’epilogo del secondo lungometraggio di Barilli, Pensione Paura, che si allontana dal piccolo microcosmo stregato del Coppedè per abbracciare una coralità più incline al realismo sociale.

Francesco Barilli, in soli due film, è riuscito a creare una poetica disturbante debitrice anche al tanto abusato fantastico italiano letterario, popolato da doppi (la Silvia bambina è Lara Wendel) e situazioni perturbanti, da atmosfere sinistre e apparizioni che lacerano la psiche della protagonista fino a portarla a una raggelante follia.

L’aspetto politico della storia è poi evidente nella logica complottista che avvinghia una borghesia a tratti bizzarra (straordinario e sui generis il vicino di casa interpretato da Mario Scaccia) e sempre sull’orlo dell’alienazione tra le spire di una magia incantatrice.