Le parole di un autore sul proprio film rappresentano sempre un territorio affascinante da esplorare. Ci sono registi decisamente laconici e poco propensi a spiegare le loro opere, e altri che aprono liberamente lo scrigno delle idee e delle influenze. Bergman è uno dei cineasti che più ha costruito una autobiografia della propria arte, e anche sul Settimo sigillo ha svelato importanti processi creativi e poetici. A volte anche in modo inatteso. Leggiamo alcuni stralci.

 

Il settimo sigillo è uno dei pochi film che mi stiano veramente a cuore, ma non so perché. Non si tratta, infatti, di un’opera priva di pecche. Viene fatta funzionare grazie ad alcune pazzie, e si intravede che è stata realizzata in fretta. Non credo però che sia un film nevrotico; è vitale ed energico. Inoltre, elabora il suo tema con desiderio e passione.
A quel tempo ero ancora duramente legato alla problematica religiosa. Qui sono compresenti due opinioni in proposito. Ognuna di esse parla la propria lingua. Perciò regna una relativa tregua tra la devozione infantile e l’aspro razionalismo. Non ci sono complicazioni nevrotiche tra il Cavaliere e il suo Scudiero. E così è con la Santità dell’Uomo. Jof e Mia rappresentano per me qualcosa di urgente: tolta la teologia, rimane il Sacro.
C’è, inoltre, una scherzosa cordialità nell’immagine della famiglia. Il bambino giungerà al miracolo: l’ottava palla del giocoliere rimarrà sospesa in aria in un momento frenetico... per una frazione di secondo.

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A quel tempo vivevo con alcuni poveri resti della mia devozione infantile, un’idea del tutto ingenua di ciò che si potrebbe chiamare la salvazione extra-terrena. Nel frattempo la mia convinzione attuale aveva cominciato a manifestarsi. L’Uomo è portatore della sua propria Santità, che però ha luogo su questa terra, senza alcun bisogno di spiegazioni extraterrene. Nel mio film vive, dunque, un rimasuglio abbastanza privo di nevrosi di una devozione sincera e infantile, che si accorda serenamente con un aspro e razionale concetto della realtà.
Il settimo sigillo è in definitiva una delle ultime espressioni di fede, delle idee che avevo ereditato da mio padre e che portavo con me dall’infanzia. Quando realizzai Il settimo sigillo, preghiere e intercessioni erano realtà centrali nella mia vita. Dire una preghiera era un atto perfettamente naturale.
In Come in uno specchio l’eredità infantile fu liquidata. Là si sostiene che ogni idea di Dio creata dagli uomini non può che essere una mostruosità. Un mostro a due facce o, come dice Karin, “il Dio Ragno”.
Nel franco incontro del cavaliere con Albertus Pictor nel Settimo sigillo, presento senza imbarazzo la mia convinzione artistica: Albertus afferma che lui si trova in uno show-business, dove la sola cosa che occorre è mantenersi in vita evitando di rendere gli uomini troppo disperati.
Jof è un predecessore del ragazzo in Fanny e Alexander, è nervoso perché incessantemente deve stare a contatto con fantasmi e dèmoni, nonostante ne abbia paura. D'altronde non può smettere di raccontare le sue fandonie, per lo più per rendersi interessante. Jof è insieme fanfarone e visionario. Ma Jof e Alexander sono, a loro volta, imparentati con il bambino Bergman. Certo, molte erano le cose che vedevo, tuttavia il più delle volte raccontavo balle. Quando mancavano le visioni, allora inventavo.
Per quanto mi ricordo, avevo un dannato terrore della morte, che durante la pubertà e i primi venti anni poteva impennarsi sino a farmisi intollerabile.
Il fatto che io, morendo, dovessi essere eliminato, che dovessi passare attraverso la porta buia, che ci fosse qualcosa che non potevo controllare, aggiustare o prevedere, era per me fonte di continuo spavento. Che, poi, all’improvviso, io abbia preso il coraggio di raffigurare la Morte come un clown bianco, come un personaggio conversante, che giocava a scacchi e non deteneva alcun segreto, questo fu il mio primo passo nella lotta contro la paura della morte.

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La mia paura della morte era profondamente collegata alle mie idee religiose. Poi, ebbi una piccola operazione chirurgica. Per sbaglio, mi fu praticata un’anestesia troppo forte, così sparii dal mondo dei sensi. Dove se ne erano andate le ore? Non durarono nemmeno una frazione di secondo. Improvvisamente mi resi conto che la morte e così. Che da essere si passi al non-essere è una cosa difficile da pensare. Per una persona costantemente terrorizzata dall’idea della morte, è estremamente liberatoria. Nello stesso tempo dà un po’ fastidio: si pensa che potrebbe essere piacevole avere nuove esperienze, una volta che l’anima abbia ottenuto la licenza di riposarsi, separandosi dal corpo. Ma non credo che sia così. Prima si è, e poi non si è. Questo è del tutto soddisfacente.
Quello che in precedenza era tanto spaventoso e misterioso, l’ultraterreno, non esiste. Tutto è su questa terra. Tutto è dentro di noi, accade dentro di noi e noi fluiamo gli uni negli altri e fuori degli altri: va bene così.