Il reverendo John Burrows è benvoluto dalla sua congregazione. Quando però il comportamento da alcolista di sua moglie comincia a farsi imbarazzante e gli viene richiesto di ricoverarla, decide di lasciare la comunità e restarle al fianco, pur prestando poco ascolto al suo dolore e consolandola sbrigativamente. Il successivo suicidio della donna, alle cui pene si è aggiunto il senso di colpa per la situazione creatasi, lo porta a un rifiuto rabbioso di tutta quella che è stata la sua vita fino a quel momento, e ad una fuga verso ovest. Chiuso in se stesso e senza scopi, finirà nei bassifondi di Los Angeles sino a quando un pastore più anziano e l'amore della di lui figlia Christine non lo riporteranno sulla retta via.

Non sarebbe privo di qualche attrattiva, questo Journey into Light (1951) di Stuart Heisler, grazie a una sceneggiatura assai verbosa ma che sviluppa il tema della crisi esistenziale e spirituale in maniera potenzialmente interessante: non si tratta di un classico percorso di caduta dell'eroe e suo ritorno alla Grazia, quanto piuttosto una riflessione sulla mancanza di fede di chi predica bene ma dentro di sé sente poco, e che, messo alla prova dagli eventi, dovrà imparare a superare un risentimento verso il divino che è in realtà un giudizio su se stesso. Non a caso il reverendo alla fine, potendo optare fra il tornare alla vecchia vita in mezzo ai farisei o il rimanere nella nuova fra i peccatori, propenderà senza indugio per la seconda ipotesi.

Journey into Light oscilla però incerto fra parabola edificante e tentativi di realismo, non disdegnando nemmeno un finale alla Frank Capra del tutto spurio rispetto a entrambi i registri visti sino a quel momento. Non manca comunque qualche graffio interessante (la scena al centro per l'impiego, dove i senzatetto, coloro che più di tutti avrebbero bisogno di lavoro, vengono scacciati) e il regista Heisler dimostra in generale un certo occhio nel ritrarre empaticamente i suoi poveri, corroborato da un cast di caratteristi di prim'ordine, capaci di indurre sia al sorriso che alla commozione.

Peccato che lo stesso non si possa dire del protagonista Sterling Hayden, in quel momento impantanato nelle indagini della Commissione per le attività anti-americane per le sue simpatie comuniste, evidentemente non in grado di reggere un ruolo “alla Montgomery Clift”, che decide di risolverlo abbaiando le battute nelle scene di conflitto e rifugiandosi in un'inespressività corrucciata in quelle meditative. Molto meglio Viveca Lindfors nel ruolo di Christine, che gestisce con una certa grazia un personaggio quasi impossibile a metà fra la divinità mariana e la Sonja di Delitto e castigo.