Forse il film più crudele di Luchino Visconti, La caduta degli dei (1969), non a caso ambientato nella Germania nazista, dà il via a quella che sarà poi definita la “trilogia tedesca”. Nato da un soggetto di Visconti, in collaborazione con Nicola Badalucco ed Enrico Medioli, il film non ebbe vita facile fin dall’inizio, tra non pochi intoppi produttivi, la mancanza di fondi e le proteste della popolazione locale.

L’ironia della sorte volle che tra le ispirazioni principali, oltre a I Buddenbrook di Thomas Mann – autore molto caro a Visconti –, vi fosse il Macbeth di William Shakespeare, opera che notoriamente, nel mondo del teatro, è considerata maledetta e fonte di sventura.

La caduta è quella della famiglia von Essenbeck, ispirata agli industriali dell’acciaio della famiglia Krupp, in lotta per il potere e disposta ad ogni tipo di violenza pur di ottenerlo. A interpretare i due congiurati di shakespeariana memoria sono l’attore britannico Dirk Bogarde – che, non a caso, presterà il volto al torturatore di Charlotte Rampling (anch’essa presente nel film) nella celebre pellicola di Liliana Cavani, Il portiere di notte (1974) – e l’attrice svedese Ingrid Thulin, che sarà protagonista di Salon Kitty (1975) di Tinto Brass, insieme all’austriaco Helmut Berger.

Ed è proprio l’incontro con Visconti, con il quale intreccerà una relazione non solo professionale, e al controverso ruolo di Martin, il figlio pedofilo e incestuoso di Sophie, interpretato dalla Thulin, che Berger fa il suo ingresso nel mondo del cinema. Sottovalutato dai grandi autori e considerato solo per la sua avvenenza, Berger trovò in Visconti il suo unico Pigmalione in un’industria che lo vedeva soltanto come corpo da esibire.

Ad essere peculiare non è solo l’evidente bellezza di questo moderno Dorian Gray del cinema (che, peraltro, presterà il volto al personaggio di Oscar Wilde in Un dio chiamato Dorian del 1970), ma anche l’androginia di un volto che va al di là di una performatività camp della sessualità e porta con sé qualcosa di perturbante, inquietante e profondamente ambiguo.

Emblematica, in questo senso, la sua reinterpretazione della celebre scena de L’angelo azzurro (Josef von Sternberg, 1930) legata a un’altra icona di stile in grado di mettere in discussione il binarismo di genere: l’attrice tedesca Marlene Dietrich, espatriata negli Stati Uniti dopo l’avvento di Hitler.

Ma a essere perturbante è soprattutto la messa in scena oscura di Visconti, che sembra offrirci una versione fosca e mefistofelica de Il Gattopardo, come se ne fosse il suo negativo. Se nel capolavoro in costume del 1963 la famiglia aristocratica in crisi riesce infine ad accogliere il cambiamento, qui assistiamo a una caduta libera nella violenza assoluta e a un attaccamento al potere che culminerà nel celebre e sanguinario episodio della Notte dei lunghi coltelli.

Il Terzo Reich è il teatro ideale scelto da Visconti per raccontare il male e la crisi di tutti i valori umani. I personaggi, immersi nel fuoco prometeico delle acciaierie, non sono più le vittime di un destino crudele e ineluttabile, ma diventano essi stessi il fato degli altri, con la tracotanza di chi si crede un dio. Con La caduta degli dei, la decadenza viscontiana è portata alle sue estreme conseguenze, fino a trasfigurarsi in tragedia classica. Ogni rito vitale è rovesciato nel suo opposto e i morti camminano tra i vivi come statue di cera, in un cupo espressionismo fatto più di ombre che di luci.