Inizia come un racconto in medias res La casa degli sguardi di Luca Zingaretti, tratto dall'omonimo romanzo/memoir di Daniele Mencarelli: Marco ha poco più di vent'anni, non studia e non lavora, ha perso da un po' la madre e scansa come la peste il padre preoccupato per lui (Zingaretti stesso), manifesta una grave dipendenza dall'alcol e non scrive nemmeno più poesie come faceva un tempo. Quando dopo un incidente stradale in stato di ebbrezza le cose si mettono male penalmente, accetta controvoglia una raccomandazione come addetto alle pulizie all'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù.
Se c'è qualcosa che Mencarelli, autore anche di Tutto chiede salvezza (successivo ma già trasposto a sua volta in una serie televisiva), sa fare come pochi altri è raccontare suggestivamente il dolore che non ha un nome. Al di là dell'elemento più “facile” – e peraltro specifico al film e non al libro – ovvero la recente morte della madre, perché Marco sia diventato così non lo sa lui, non lo sanno gli altri personaggi, non lo sappiamo noi spettatori. E non lo sapremo.
Proprio a causa di questo, l'esordio cinematografico alla regia di Zingaretti rischia di frustrare le aspettative di spettatori abituati narrativamente a un “viaggio dell'eroe” più argomentato e progressivo nelle sue fasi di sviluppo, dalla crisi iniziale, alla sua elaborazione, sino alla rinascita finale. La casa degli sguardi invece abbraccia la cifra del romanzo e non solo non spiega, ma si struttura in maniera ondivaga: alla fine del film Marco avrà sì fatto un percorso e non sarà più al punto di partenza ma, mimeticamente alla realtà, non sarà nemmeno approdato a un saldo punto di arrivo.
La rappresentazione della tossicodipendenza al cinema e non solo, nel timore ideologico di promuovere messaggi devianti, è quasi irrimediabilmente tranchant tra chi è nel tunnel e chi ne è fuori, chi è sopraffatto e chi si libera: è un racconto che ha la struttura del gorgo, a discendere o a salire. Invece qui il rapporto di Marco con l'alcol, che – il film non lo nega certo – amplifica il suo straniamento e il suo disadattamento sociale, segue il ritmo altalenante e irrisolto delle ordinarie soddisfazioni e frustrazioni quotidiane.
Al di là dello spiazzamento c'è però, in questo scavare in un dolore essenziale che pare ineludibile e connaturato all'essere umano, qualcosa che invece di appesantire l'animo di chi guarda lo alleggerisce, in una sorta di pacificazione con la propria condizione esistenziale. E c'è un senso di fratellanza nella sventura quasi leopardiano, che Zingaretti riesce a rendere con delicatezza e senza pietismi tramite personaggi secondari – dai colleghi di lavoro a un bambino ricoverato in ospedale – molto ben tratteggiati (alla sceneggiatura ci sono le mani esperte di Gloria Malatesta e Stefano Rulli).
È qualcosa di molto simile a quanto fatto da Francesco Bruni nella serie Tutto chiede salvezza, dove non a caso il giovane protagonista cominciava la sua risalita dagli inferi della mente proprio quando accettava di rispecchiarsi negli altri ricoverati come lui in psichiatria, che sino a un certo momento aveva guardato con apparente distacco e sotterranea paura, rifiutando di sentirsi come loro.
Che l'ambientazione ospedaliera vada a braccetto con le riflessioni di stampo esistenziale non è certo una novità (si pensi all'uscita quasi contemporanea in sala di Nonostante di Valerio Mastandrea, peraltro già protagonista della serie La linea verticale di Mattia Torre), sicuramente però con La casa degli sguardi Zingaretti trova un suo sguardo onesto, scevro di preziosismi e all'umile servizio della storia che vuole raccontare. E trova anche un eccellente protagonista in Gianmarco Franchini che, per la seconda volta dopo Adagio di Stefano Sollima, usa la sua faccia d'angelo per raccontare come la vita sia molto dura per chi ci si affaccia per la prima volta.