Con la morte improvvisa di Ada (Giulia Rubini), investita da un tram sotto gli occhi dei suoi cari, si apre uno dei film più intimisti e personali di Comencini. L’evento drammatico porta il marito Aldo (Gastone Renzelli) a tornare a casa dall’Africa, dove lavora per mantenere la moglie e il piccolo Mario.

Con la consueta attenzione verso il mondo infantile, Comencini mette la macchina da presa ad altezza di bambino e inquadra questi adulti goffi e impacciati di fronte all’emotività del piccolo, persi tra le macerie di una vita forse mai pienamente vissuta. Il tanto agognato benessere che si vorrebbe raggiungere va a discapito dei rapporti affettivi e della cura nei confronti di Mario, mai davvero visto o ascoltato. Tutti rivendicano 'diritti' sul bambino e sulla sua educazione, non avendo cura della sua interiorità.

Richetto (Pierre Trabaud), amico di famiglia e innamorato di Ada, è l’unico capace di entrare davvero in relazione con Mario. Sempre sporco e trasandato, sembra un angelo, un guardiano fedele, un adulto bambino, un matto felliniano, che si aggira tra baracche, campagne e case popolari, vegliando sulla famiglia senza padre. Il suo mondo è quasi una discarica: è sporco, povero, senza futuro, eppure il bambino ne vorrebbe far parte, essendo l’unico luogo in cui ha ricevuto amore. Aldo ascolta incredulo la descrizione fantasiosa che il figlio fa di Ricchetto e del suo lavoro, salvo poi scoprire che è un tuttofare squattrinato.

La poesia narrativa di Comencini viene fuori proprio dalla magia evocata in questi luoghi dimenticati da Dio, ma che diventano la culla di chi forse ha solo bisogno di un po’ d’amore. La messa in scena mette in risalto il conflitto tra ricchezza materiale ed emotiva, grazie all’utilizzo delle scenografie e degli ambienti, specchio dei personaggi. Aldo e Richetto sono due facce della stessa medaglia: il primo uomo di successo, padre di famiglia, ma emotivamente assente; il secondo povero, solitario, ma dal cuore grande e disposto a tutto (anche a perdere il lavoro) per colorare la giornata di Ada e del piccolo Mario, andando al circo o passando un pomeriggio in spiaggia.

Luigi Comencini, attraverso il commovente sguardo di un bambino, mette in scena una storia struggente d’abbandono. Abbandonato in tenera età dal padre - che pretende di essere amato anche nell’assenza - dalla madre, e infine anche da Richetto (costretto a farsi da parte), Mario viene sballottato a destra e a sinistra da un mondo adulto sordo e inadeguato. Benché, infine, sembri esserci una riconciliazione tra Aldo e il figlio, le lacrime di Mario denunciano l’ennesimo abbandono, il più doloroso, perché da parte di colui che l’aveva davvero riconosciuto e accolto. Anche la fiducia che aveva riposto in Richetto viene infine spezzata.

Comencini descrive la drammaticità dell’emigrazione in Italia, responsabile di tanti abbandoni affettivi. Il benessere che di lì a poco si diffonderà in tutto il paese non potrà mai sopperire a un vuoto impossibile da colmare. La macchina da presa cattura nello sguardo di Mario una mancanza che non viene dai luoghi spogli che lo circondano, ma dal mancato riconoscimento. L’happy ending sulle giostre del luna park, con tanto di zucchero filato, forse potrà consolare i padri, ma certamente non i figli.