“Un mese dopo l’uscita di I quattrocento colpi Godard mi ha chiesto di lasciargli la sceneggiatura di À bout de souffle per farla leggere a Georges de Beauregard. Era una storia che avevo scritto qualche anno prima”. È François Truffaut che ricorda come sia nato il primo lungometraggio di Godard, del quale risulta autore del soggetto mentre un altro amico, Chabrol, vi è accreditato come “consigliere tecnico”. Ma certamente i due nomi già affermati appaiono nei titoli di testa più come amichevole sostegno, e affermazione di una solidarietà di gruppo, che per il contributo realmente prestato. À bout de souffle non solo è, da cima a fondo, di Godard, ma è Godard: è ancor oggi il suo film più famoso, quello che ha avuto più successo se non il solo che veramente ne ha avuto, che è stato oggetto di un remake hollywoodiano (Breathless di Jim McBride, 1983), che è stato trasformato immediatamente in un romanzo (Claude Francolin, 1960), quello che anche i suoi detrattori considerano il suo (magari unico) capolavoro.
Truffaut aggiungeva che il suo soggetto era ispirato a un fatto di cronaca (effettivamente nel 1952 i giornali avevano parlato di una vicenda simile, protagonista un certo Michel Portail) ma che voleva anche rifarsi alla tradizione del cinema ‘nero’ americano, e soprattutto a Scarface. Anche Godard in una intervista dirà di aver voluto collocarsi sulla linea del celebre film di Howard Hawks, ma di essersi accorto successivamente di aver piuttosto seguito la linea di Alice nel paese delle meraviglie. […] Non ci si poteva attendere che Godard si limitasse a mettere in scena una storia scritta da altri, fosse pure un amico di cui condivideva gusti e predilezioni, anche se è vero che molti elementi del soggetto di Truffaut sono conservati con una singolare fedeltà […]. L’unico vistoso cambiamento narrativo è nel finale. Ma è il tono complessivo del film che risulta nuovo, così vivo e immediato da non dover nulla ad alcuna preesistente sceneggiatura.

Alberto Farassino, Jean-Luc Godard, 2a ed. agg., Il Castoro, Milano 2002



In realtà François aveva scritto una sinossi su un fatto di cronaca. Il suo trattamento aveva il vantaggio di esistere, di fornire delle pagine. In seguito è stato completamente rifatto. Gli ho chiesto consiglio un paio di volte. Avendo avuto successo con I 400 colpi ha contribuito, insieme a Melville, a convincere Beauregard, che era agitatissimo, a non interrompere le riprese. Venivano tutti e due alla proiezione dei giornalieri.

JLG



Nel mio progetto il film finiva sul ragazzo che cammina in strada e la gente si girava al suo passaggio, sempre più numerosa, come si guarda una star dal momento che la sua fotografia occupava la prima pagina dei giornali della sera. Poteva sembrare abbastanza terribile. Come una cosa in sospeso. Lui ha scelto una fine violenta, perché era più triste di me. Quando ha fatto il film era veramente disperato. Aveva bisogno di filmare la morte, aveva bisogno di quella fine. [...] Di tutti i film di Jean-Luc À bout de souffle è il mio preferito. E il più triste. È un film lacerante. C’è dentro un’infelicità profonda […]. Il miracolo di À bout de souffle è che è stato fatto in un momento della vita di un uomo in cui normalmente non si fa un film. Non si fa un film quando si è in uno stato di indigenza, nella tristezza.

François Truffaut, in Jean Collet, Jean-Luc Godard. Seghers, Parigi 1963



À bout de souffle
 viene girato in soli ventitré giorni (primo ciak il 23 agosto 1959), molti dei quali limitati a qualche ora di lavoro poiché spesso Godard congeda la troupe anzitempo dichiarando di non avere più idee, con preoccupate reazioni del produttore. Ma il costo di 60 milioni di vecchi franchi è meno della metà del costo medio di un film dell’epoca, nonostante la presenza, assieme a Jean-Paul Belmondo, di una attrice hollywoodiana come Jean Seberg, rivelata da Santa Giovanna e Bonjour Tristesse di Otto Preminger e che viene pagata 15.000 dollari, un sesto del budget totale. Ambienti reali, cinepresa spesso a mano o su ‘carrelli’ di fortuna (una carrozzella per invalidi, un carrettino per la posta), pellicola fotografica, più sensibile di quella per il cinema, per compensare una illuminazione essenziale o spesso inesistente. Tutto ciò potrebbe far apparire velleitario il dichiarato confronto con la tradizione del cinema americano, prodotto di una professionalità impeccabile, di un lavoro rigorosamente programmato e definito nei suoi ruoli, di tutta una ideologia della ricostruzione e dell’artificio. Ma Godard ha presente anche un altro cinema americano, quello di serie B, realizzato da piccole case di produzione e destinato ai pubblici meno esigenti, e infatti À bout de souffle è dedicato (ma la scritta non appare nell’edizione italiana) a uno studio specializzato in B movies, la Monogram Pictures, i cui film a basso costo erano girati appunto senza troppe preoccupazioni per le qualità della fotografia o per la fluidità del montaggio. E nel corso del film un altro omaggio è dedicato all’inglese Hammer Film, la casa dell’horror e del cinema fantastico. Dietro al cinema di Godard non ci sono insomma solo i classici da cineteca ma anche i film popolari, disprezzati dalla critica ufficiale ma amati dai cinéphiles e rivisitati con l’affetto ironico e complice del critico e regista d’avanguardia.

Alberto Farassino, Jean-Luc Godard, 2a ed. agg., Il Castoro, Milano 2002



I quattro mesi che sono passati tra la prima proiezione ‘pirata’ e la prima pubblica di Fino all’ultimo respiro, il 16 marzo 1960, hanno permesso alla pellicola di Godard di acquisire una notorietà credo mai raggiunta prima dell’uscita di un film; notorietà dovuta al premio Jean Vigo, all’uscita di un disco, di un romanzo, ispirato al film in maniera molto lontana e infedele, e soprattutto alle recensioni della stampa che si sono dimostrate ugualmente e insolitamente appassionate sia nell’elogio che nella stroncatura.
Tra tutti i film girati nello stesso periodo dalle matricole del cinema francese, Fino all’ultimo respiro non è il migliore, dato che I 400 colpi lo supera di stretta misura; non è neanche il più impressionante: c’è Hiroshima mon amour. Ma è il più rappresentativo.
Questa prospettiva di film-tipo varrà a Fino all’ultimo respiro un successo ben più grande di quello degli altri film realizzati da giovani registi. È il primo che esce in un circuito di sale il cui pubblico è essenzialmente costituito dal ‘buon pubblico’, il ‘pubblico medio’ senz’ombra di snobismo. Finalmente si è realizzato un desiderio che, da dieci anni, è il più sentito dalla nuova generazione: fare dei film destinati non solo al pubblico dei cinema d’essai ma che possano raggiungere con successo gli schermi magici del Gaumont-Palace.

Luc Moullet, Jean-Luc Godard, “Cahiers di cinéma, n. 106, aprile 1960, tr. it. in Antoine De Baeque e Charles Tesson (a cura di), Le Cahiers du cinéma. La Nouvelle Vague. Il cinema secondo Chabrol, Godard, Resnais, Rivette, Rohmer, Truffaut, minimum fax, Roma 2004