“Sono stata lenta per tutta la vita”, dice Gioia (Valeria Golino), protagonista eponima del film di Nicolangelo Gelormini, prendendo la decisione, che le sarà fatale, di essere veloce per una volta nella vita. Docente di francese di mezza età che vive un’esistenza dimessa in una gelida villa nella provincia torinese, una gabbia dorata costruita per lei dai genitori, Gioia non si è mai liberata dal giogo della sua famiglia. Significativamente, la madre (Betty Pedrazzi) chiama la figlia Colomba ma è proprio l’ossessione per le convenzioni sociali e religiose che le ha impartito che ha sempre impedito alla donna di volare e provare quella gioia che porta nel nome.
Basato su un caso di cronaca nera risalente al 2016 che causò attenzione mediatica e risonanza emotiva, l’omicidio della professoressa Gloria Rosboch da parte di un ex-alunno della donna, La gioia ha il suo punto di forza, oltre che nelle prove attoriali, nel rifiutare una caratterizzazione stereotipata di vittima e carnefice. Perché se Alessio (Saul Nanni), l’alunno per cui la professoressa prova quell’amore mai sentito per nessun altro, mira chiaramente a impossessarsi del patrimonio della donna quando inizia a frequentarla al di fuori della scuola, Gioia non è semplicemente una vittima passiva e ha una sua capacità di agire e inseguire i propri sogni.
Sogni, una parola ricorrente nel film di Gelormini che unisce Gioia e Alessio, sia nello scambio verbale che nel carattere onirico di alcune sequenze che li ritraggono in composizioni fantastiche, a metà tra la favola nera e una dimensione quasi metafisica. Il bosco che compare nella locandina, il circuito del Lingotto che ritorna anche nei titoli di coda, la sequenza finale sott’acqua che ricorda un momento quasi analogo di Misericordia (2023) di Emma Dante, sono tutti momenti estremi, in cui i dettagli realistici sono trasfigurati dal filtro del sogno o dell’incubo ad occhi aperti.
La docente ha fatto di “Dreams are my reality”, ritornello della canzone de Il tempo delle mele, e della letteratura francese un modo di vivere per evadere dall’insoddisfazione quotidiana. Il ragazzo è la personificazione stessa dei sogni e dei passi letterari che i due leggono insieme e che si attanagliano così tanto alla loro condizione da portare lui a ribattezzarsi in francese come Alexis e lei a strappare furiosamente le pagine di Madame Bovary. Quando Alessio confessa alla professoressa che si prostituisce anche per dare una mano alla madre perennemente in bolletta (Jasmine Trinca), e Gioia gli chiede se si traveste da donna, lui risponde in modo seducente “Mi travesto da sogno”.
Oltre ai sogni, madri e padri sono altre figure che uniscono Gioia e Alessio, pur nella differenza sociale, in una comune oppressione e sfruttamento: le prime morbose nel loro attaccamento ai figli e attente comunque ad un possibile ritorno economico dalla loro esistenza, i secondi ormai silenti e assenti - il padre di Gioia per la demenza che lo ha colpito, quello di Alessio per averlo abbandonato a sei anni. Cosimo (Francesco Colella), migliore amico della madre di Alessio, è quanto di più simile ad una figura paterna il ragazzo possa avere, ma il suo personaggio ci parla ancora una volta anche di abuso e sfruttamento in quanto induce il giovane a prostituirsi, oltre ad esserne l’amante occasionale e ne diventa complice nella truffa e nello stesso omicidio di Gioia. Tanto che, ad un certo punto, il vero responsabile sembra essere proprio Cosimo, pur nella sua partecipazione solo indiretta all’atto.
“Ma tutto sta accadendo così in fretta”. Per un attimo, Alessio sembra quasi voler avvertire Gioia di non fidarsi di lui: per un ultimo scrupolo di coscienza o per la volontà di prolungare il crudele gioco della seduzione? Un’ambiguità che il film non risolve, avvolgendo tutta la vicenda nera in un alone di ambiguità che rifiuta anche di mostrare una consolatoria cattura dei colpevoli. Alessio et Gioia, c’est nous.