È un’Italia alternativa alla nostra quella in cui è ambientato La grazia, un’Italia più progressista – in cui si discute una legge sul diritto all’eutanasia e in cui è pensabile avere un papa nero con i dreadlocks –, ma che rispecchia in tutto e per tutto l’Italia surreale e abitata da personaggi grotteschi che Paolo Sorrentino ha portato sullo schermo già altre volte.

In questa Italia immaginaria, le ultime decisioni che il presidente della Repubblica uscente Mariano De Santis (Toni Servillo) deve prendere – due concessioni di grazia e l’approvazione della suddetta legge sull’eutanasia – sono la premessa da cui parte un racconto in cui i dubbi individuali si intrecciano con riflessioni etiche collettive. Gli scontri dialettici sulla libertà di autodeterminarsi, sintetizzati da una battuta ricorrente – di chi sono i nostri giorni? –, sono il pretesto per raccontare il profondo cambiamento del protagonista. Mariano De Santis è un giurista, un uomo di diritto ossessionato dalla ricerca della verità, il cui punto di arrivo, narrativo e personale, non può che essere l’accettazione che la verità non esiste.

Se nel precedente Parthenope (2024) la protagonista viveva in nome di una leggerezza giovanile, che era l’espressione di un’insaziabile fame di vita, ne La grazia la leggerezza è la conquista finale di un personaggio che, come suggerisce il soprannome che gli viene dato, “cemento armato”, vive con ferma rigidità e ossessiva prudenza. Il cinema più intimista di Sorrentino incontra quello interessato alle figure di potere, dando vita al ritratto sincero e commovente di un capo di Stato a cui Toni Servillo regala una performance a tratti struggente.

L’equilibrio nella costruzione del suo personaggio evita il rischio di produrre la copia di qualcosa che il duo Servillo-Sorrentino ha già fatto più volte nel corso degli anni. Servillo lavora su registri inediti, su ossessioni passate e incertezze presenti che, pur riecheggiando altri personaggi della sua carriera “sorrentiniana”, sono raccontate con inedita freschezza.

La perfetta sintesi tra i dilemmi pubblici e quelli privati e le modalità con cui i primi hanno un impatto sui secondi sono gli aspetti più interessanti della scrittura di Sorrentino, che qui diventa più classica e compatta, preferendo dedicarsi al ritratto di una singola figura, piuttosto che all’affresco di una coralità. Questo ritratto umano prende forma anche attraverso l’uso attento che il film fa dello spazio, delle luci e dei colori.

Se nella prima parte, la fotografia e i movimenti di macchina riportano alla mente l’immaginario visivo de Il divo (2008), con quest’uomo di potere che si aggira tra le ombre claustrofobiche del proprio palazzo, la seconda parte diventa un viaggio verso l’esterno, dove la luce si fa più chiara e le immagini acquisiscono respiro.

Al di fuori delle mura del Quirinale, quella che compie il personaggio di Servillo è una vera e propria indagine per comprendere qualcosa di più a proposito degli individui a cui deve concedere la grazia e, allo stesso tempo, comprendere qualcosa in più di se stesso, affrontare i traumi del proprio passato, tornando anche fisicamente nei luoghi, prima rievocati attraverso ricordi ai limiti dell’onirico, che lo legano alla propria defunta moglie. Quando Mariano torna nel suo palazzo, è un uomo cambiato e con lui è cambiato anche il film, i colori e il tono, meno barocco rispetto alla prima parte, più umano e al servizio di un finale ottimista.

Seppur ne La grazia tornino i temi che Paolo Sorrentino ama raccontare da sempre – il rimorso per la giovinezza perduta, la perdita e il dubbio davanti all’incessante scorrere del tempo –, rispetto ai precedenti lavori tutto acquisisce una compattezza e un equilibrio che, forse a discapito di una magnificenza visiva apprezzata altrove, danno l’idea di un compiuto percorso di formazione e suffragano l’impressione che l’Italia vista su schermo sia un luogo lontano dal nostro.