Quest’anno, l’82esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia consolida una tendenza che già caratterizza il festival veneziano da alcuni anni: la presenza di serie televisive italiane e internazionali tra le sezioni più importanti della manifestazione. È una direzione precisa rivendicata da Alberto Barbera, direttore artistico del festival, in una recente intervista per “La Repubblica”: le serie TV, purché di elevata qualità artistica, sono parte integrante della Mostra di Venezia, pur non avendo ancora un concorso dedicato.
Nel 2025 le serie in programma sono quattro, due italiane, Portobello di Marco Bellocchio – dedicato al travaglio giudiziario di Enzo Tortora – e Il mostro di Stefano Sollima – attesa miniserie Netflix sul “mostro di Firenze” –, e due internazionali, la francese Un prophète, adattamento dell’omonimo film del 2009 di Jacques Audiard, e Etty, coproduzione tra Francia, Germania e Paesi Bassi.
L’inclusione di serie televisive all’interno di un festival dedicato principalmente al cinema è un fenomeno che si estende ad altri grandi festival europei. Non si tratta di una concessione da parte del circuito festivaliero verso forme audiovisive non prettamente cinematografiche che per via di riconosciute qualità meritano di essere incluse nella selezione ufficiale – esistono già numerosi festival internazionali dedicati alle serie TV. È, invece, una presa di posizione che intende valorizzare, accanto alla produzione cinematografica, anche quella televisiva, rendendola parte integrante dell’esperienza cinefila tipica di un festival come Venezia.
Le serie che raggiungono manifestazioni di questo tipo, infatti, sono produzioni che si distinguono per una complessità formale e narrativa che ne fanno oggetti di interesse anche per quel pubblico interessato più al cinema che alla serialità televisiva – prodotti riconducibili alla controversa nozione di “quality TV”. Spesso sono serie che portano la firma di un regista associato al cinema d’autore, il cui nome diventa a sua volta un elemento di promozione. Allo stesso tempo, però, è bene sottolineare che nel corso degli anni Venezia ha sempre più concesso alla serialità uno spazio adeguato alle sue caratteristiche specifiche.
Fino a qualche anno fa, le cose erano ben diverse: si pensi, ad esempio, ai casi celebri di L’amica geniale o Gomorra – La serie, di cui a Venezia vennero presentati solo i primi episodi, anticipazioni in formato cinematografico delle ben più lunghe e complesse stagioni. Non è raro, invece, che oggi il Fuori Concorso veneziano ospiti intere stagioni, talvolta programmate anche lungo più giorni, ricreando così – seppur in scala ridotta – l’esperienza di visione seriale.
Al contrario di Venezia, il Festival di Cannes non ha mai dato un reale spazio alla produzione televisiva, salvo qualche rara e incerta eccezione. Thierry Frémaux, direttore del festival, ha più volte ribadito la decisione editoriale e artistica di ammettere unicamente la produzione cinematografica, escludendo quindi la serialità – decisione che riecheggia anche i ben noti attriti tra la kermesse francese e Netflix.
Ma, come si diceva, Venezia non è sola: un esempio virtuoso è il Festival del Cinema di Berlino, che nel 2015 ha inaugurato, con la seconda stagione di Better Call Saul, la sezione Berlinale Series, dedicata proprio alla serialità internazionale. Nel 2023 si è aggiunto il Berlinale Series Award – assegnato all’italiana The Good Mothers – mentre nel 2024, per via dei tagli al budget del festival, la sezione è stata chiusa.
Ma cosa comporta la sempre più consolidata presenza di serie televisive all’interno dei più prestigiosi festival del cinema? È una tendenza che contribuisce alla legittimazione della serialità televisiva, un processo che va ormai avanti da decenni e che ciclicamente riaccende dibattiti tra studiosi, critici e appassionati riguardo a quali parametri estetici una serie televisiva debba seguire per essere considerata più di un prodotto industriale, funzionale a occupare un preciso slot di palinsesto.
Vetrine come Venezia e Berlino ribadiscono la valenza artistica delle serie televisive, ma si tratta di una legittimazione con una doppia faccia: il rischio è quello di riprodurre un atteggiamento gerarchico tra le forme artistiche, considerando il cinema come un medium superiore, a cui la serialità televisiva deve tendere – nel suo linguaggio e nelle sue ambizioni – per essere considerata oggetto culturale legittimo.
Mentre questo è un dibattito in divenire, difficile da risolvere in questa sede, più facile è mettere in evidenza come tale fenomeno favorisca la circolazione e la visibilità della serialità, in particolare quella che non può contare su grandi distributori internazionali come Netflix o HBO Max. Così come avviene per il cinema, i festival internazionali fungono da motori per la diffusione di serie televisive da un mercato all’altro, sia perché i festival sono dei veri e propri mercati in cui produttori, distributori e broadcaster si incontrano, sia perché spesso è proprio dai festival che si avvia il passaparola positivo, che rappresenta un fattore determinante per il successo internazionale di film e serie.
Un esempio molto recente è Dieci capodanni, serie spagnola presentata nel 2024 a Venezia e arrivata in Italia nei primi mesi del 2025 su RaiPlay, che nel giro di pochi mesi ha accolto intorno a sé un’entusiasta nicchia di spettatori appassionati. Il successo, seppur contenuto, di Dieci capodanni è stato trainato proprio dal passaparola iniziato a Venezia e proseguito nei mesi successivi sui social media, risultato di una visibilità che grandi festival come quello di Venezia possono decisamente favorire.