Un’americana senza un soldo (Claudette Colbert) e un tassista ungherese (Don Ameche) si infiltrano nell’alta società della Paramount Paris, spinti dall’aiuto di un marito (John Barrymore) che vuole sedurre l’amante di sua moglie e salvare così il proprio matrimonio. Il film, il più celebre e celebrato di Leisen, si costituisce su una serie di sovrapposizioni di livelli e intenzioni, di identità e di classi, restituite con classica limpidezza anche grazie alla sceneggiatura di Brackett e Wilder, qui alla prima di tre burrascose collaborazioni con il regista.
La struttura utilizzata è la stessa impiegata precedentemente per L’ottava moglie di Barbablù (1938) di Lubitsch e, successivamente, per Colpo di fulmine (1941) di Hawks: recuperare la mitologia della fiaba e declinarla attraverso la lente screwball, sempre efficace nell’incorporare modelli di riferimento variegati e citazioni transmediali. Come per il film dell'anno precedente, il modello di riferimento è Perrault e, in particolare, la sua versione di Cenerentola, che rispecchia l'avventura della protagonista, così come nel film di Hawks il ruolo di modello fiabesco sarà assunto da Biancaneve, anche in funzione parodica del contemporaneo film Disney.
La realtà che Eve Peabody sperimenta è priva di qualsiasi forma di realismo: la città segue i suoi desideri e si adatta alle sue azioni, lasciando che il centro del mondo diventi la relazione tra uomo e donna, scissa tra le varie forme possibili di amore che le opzioni matrimoniali rappresentano. In questo quadro, l’eleganza della Parigi ricostruita in studio fa affidamento sul gusto di Leisen, sul suo passato da scenografo e sulla fotografia effervescente di Charles Lang, risultando unica e differente rispetto alle altre produzioni Paramount.
L’opportunità di fingersi aristocratica per ottenere il denaro che le manca non costituisce perciò un’illusione a cui conseguirà necessariamente una mezzanotte rivelatrice, ma piuttosto la logica conseguenza del mondo che abita. L’eccezionalità del film consiste proprio nel posizionarsi a cavallo di due temporalità opposte, il giorno e la notte, per culminare in quel momento specifico della mezzanotte in cui l’indeterminatezza tra vecchio e nuovo raggiunge il proprio apice.
Così, nella serie di inganni e identità interpretate che praticamente tutti i personaggi del film si scambiano, si arriva a momenti in cui noi come spettatori assistiamo coscienti a un crescendo di strati di consapevolezza, culminanti in un doppio livello di inganno: Colbert e Barrymore tentano di convincere gli altri ignari che Ameche stia mentendo, proprio nel momento in cui lui rivela la verità sulla sua identità. Questo avviene per difendere e riaffermare la bugia collettiva raccontata fino a quel momento e ha come conseguenza quello di azzerare la distanza tra le forme di verità presentate, così che non rimane altro che ridere della sofisticazione del simulacro che Leisen è riuscito a creare.
Coerentemente, ciò che avviene all’interno della finzione ha ripercussioni effettive sui rapporti futuri dei due personaggi, tanto che il loro falso matrimonio necessita incredibilmente di essere annullato in tribunale. Lì, non viene giudicato il singolo caso ma, come in tantissime commedie classiche americane, l'aula di tribunale diventa il luogo in cui mettere alla prova collettivamente le differenti idee su ciò che le relazioni debbano o non debbano essere, trasformando noi spettatori in giudici di questo spettacolo dialettico.
Nel celebrare il loro rimatrimonio, in un film che può essere pienamente incluso nel canone cavelliano, Hollywood, nell'anno più importante della propria storia, celebra la propria forza immaginifica: i sogni che ha creato sono diventati realtà e hanno plasmato l’idea di un futuro democratico e migliore, dove la crudeltà, e dunque la colpevolezza, consiste nell’essere indifferenti all’amore richiesto dall’altro.