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“Swing High, Swing Low” e l’asimmetria dell’amore
La natura musicale del film ne costituisce il pregio maggiore: le sequenze jazz in cui Lombard e MacMurray suonano e cantano insieme sanno essere prima comiche, poi romantiche, erotiche e infine commoventi. Solamente quando i due sono in primo piano, isolati dal mondo e dagli stimoli esterni, la coppia sembra funzionare. Leisen gestisce questi momenti con grande precisione senza mai ripetersi, creando un senso di nostalgia per un passato ormai irraggiungibile.
“Le schiave della città” e l’apoteosi del camp di Leisen
Prodotto durante la guerra, come Mildred Pierce (1945) il film rappresenta il traghettamento massiccio nel mondo del lavoro dell’universo femminile e il conseguente scontro di genere innescato da questo cambiamento. Conseguentemente, il plateale abbandono della propria nuova identità per il ritorno al porto sicuro costituito da quella originaria, non può che essere visto dal regista come un tradimento di tutta la sua poetica, fondata sull’equità dei sessi e su figure femminili lavoratrici in numero nettamente superiore ai corrispettivi maschili.
“La mia donna è un angelo” e l’ironia del diventare adulti
L’ultimo dei trentacinque film diretti da Mitchell Leisen alla Paramount si apre con una rincorsa, quella di una bambinaia intenta a recuperare Amy e Cosmo, i due giovani protagonisti, impegnati ad assistere segretamente a una piece teatrale per adulti. Sin dall’inizio, dunque, il tono di irriverenza e di uscita dalle regole viene instaurato da Leisen, amplificato dalla parodia esplicita del melodramma europeo, o almeno del modo in cui questo viene inteso dagli americani in epoca vittoriana, che, nella sua serie di tradimenti, perdite d’onore e amanti nascosti dentro gli armadi, mostrerebbe il lato “sordido” della vita.
“La signora di mezzanotte” tra il giorno, la notte e l’inganno
Un’americana senza un soldo (Claudette Colbert) e un tassista ungherese (Don Ameche) si infiltrano nell’alta società della Paramount Paris, spinti dall’aiuto di un marito (John Barrymore) che vuole sedurre l’amante di sua moglie e salvare così il proprio matrimonio. Il film, il più celebre e celebrato di Leisen, si costituisce su una serie di sovrapposizioni di livelli e intenzioni, di identità e di classi, restituite con classica limpidezza anche grazie alla sceneggiatura di Brackett e Wilder, qui alla prima di tre burrascose collaborazioni con il regista.
“Non c’è tempo per l’amore” e l’obiettivo sui poli opposti
Cresciuto come costumista, Leisen ha un occhio incredibile per la bellezza e nei suoi film ribalta spesso i ruoli di genere dell’epoca: in Non c’è tempo per l’amore fa di MacMurray un vero e proprio sex symbol, vestendolo e svestendolo in modo impeccabile, valorizzandone il fascino mascolino e mettendolo al centro dell’obiettivo come un vero oggetto del desiderio. Alla riuscita del film contribuisce in larga misura anche la sceneggiatura di Claude Binyon: i dialoghi acuti e brillanti ci restituiscono una Katherine sicura di sé che considera l’uomo come uno sciocco “scimmione” e Jim un uomo disincantato che si prende gioco della ragazza snob.
“La porta d’oro” e la materia umana di cui è fatto il cinema
Leisen ricostruisce così una storia circolare di cinema dentro al cinema – ritagliandosi tra l’altro la parte del regista che sta girando un film: il suo precedente I cavalieri del cielo con Veronica Lake, di cui vediamo una doppia scena set/macchina da presa – ma tocca al contempo e con sensibilità il tema dell’immigrazione, argomento di grande attualità in un’America che stava per entrare in guerra.
“I milioni della manicure” e le radici screwball di Leisen
I milioni della manicure è contemporaneamente la prima vera commedia e il primo grande lavoro di Mitchell Leisen, in grado di contenere le radici screwball su cui si baseranno le sue opere più celebrate (Un colpo di fortuna e La signora di mezzanotte). La leggerezza e l’eleganza del suo tocco si traducono in una pellicola in cui la sofisticazione e la brillantezza dei dialoghi accompagnano con delicatezza il centro nevralgico della narrazione che agisce sottotraccia: la crisi economica e, dunque, d’identità americana della prima metà degli anni ‘30.
“Non voglio perderti” tra destino e riscatto
In questo noir teso, cupo e angosciante, Barbara Stanwyck rende in modo molto realistico e coinvolgente il dissidio interiore di Patricia: una donna travolta dal caso e dilaniata tra l’istinto materno e la paura di essere scoperta. Nei suoi occhi leggiamo il terrore del passato che incombe – prima annunciato da un telegramma anonimo e poi materializzato in incubo reale quando il suo vecchio amante si presenta a una festa – ma anche l’amore per la nuova vita e il desiderio di un futuro sereno.
“Un colpo di fortuna” e la satira del capitalismo
Leisen va oltre il genere e riesce a costruire una commedia brillante e sofisticata in cui mescola, con la consueta leggerezza ed eleganza, temi cari alla sua filmografia: gli eventi imprevedibili del caso, la differenza di classe, lo scambio di identità, la tirannia della ricchezza, la dignità del lavoro, la realizzazione personale, la manipolazione dell’opinione pubblica, il giudizio morale basato sulle apparenze.
L’avventura viene dal mare. “Frenchman’s Creek” di Mitchell Leisen e la contaminazione dei generi
Indiscutibile che la linea principale del romantico melodramma sia visitata da momenti comici, musicali (la ciurma non fa altro che cantare) e di azione. Ma è più interessante la messa in scena sgargiante, assecondata dal vivace technicolor, di un regista che ha iniziato la sua carriera come costumista e scenografo, e qui il suo contributo è evidente: gli abiti aristocratici della protagonista sono divertenti da guardare, tanto quanto le decorazioni quasi eccessive di ogni interno che vediamo. Leisen è un esteta consapevole e si ferma poco prima della linea che separa l’intrattenimento dal kitsch.