Quella di Lenny Bruce è una vicenda particolare e meritava di venire raccontata e trattata in maniera decisamente anticonvenzionale, proprio come la personalità del popolare stand-up comedian. Bob Fosse era sicuramente l’autore più adatto a trasporre sul grande schermo il gigantismo provocatorio e le miserie umane di Bruce, senza nascondere troppo la propria artisticità carnevalesca ed egocentrica dietro il personaggio raccontato. Lenny spezza la filmografia musical di Fosse, si staglia all’interno di essa come un macigno in uno stagno, posizionandosi dopo Cabaret e prima del suo capolavoro autobiografico All That Jazz – Lo spettacolo comincia.

La struttura del biopic viene decostruita attraverso un montaggio ellittico (ad opera di Alan Heim), sottolineato dalle note sincopate del free jazz, alternando momenti di show sul palco a squarci di vita privata, con interpolazioni quasi da mockumentary in cui si racconta chi è Lenny secondo diverse testimonianze, specie quella della sua compagna Honey Bruce (memorabile Valerie Perrine).

Dustin Hoffman regala una delle sue performance più scatenate e graffianti, lavorando su un’ampia gamma di intenzioni recitative atte a restituire la complessa, nevrotica e fragile personalità del comico di origine ebrea. Bob Fosse racconta il gigante della stand-up come un satiro che ha messo a nudo un paese, i suoi vizi le sue ipocrisie, ma al contempo mette a nudo il personaggio stesso sottolineandone la sua instabilità emotivo-affettiva.

Lenny è un’opera stratificata. Fosse si specchia in Hoffman che interpreta Bruce, quindi è lecito dire che il film funzioni come l’ennesima riflessione del cineasta-coreografo sul mondo dello spettacolo, un cabaret dell’inferno fatto di splendori e miserie, un coacervo di guitti e ballerine, ma trattato in maniera più chirurgica e asettica rispetto alle opere precedenti.

Lenny è totalmente immerso in un bianco e nero (firmato da Bruce Surtees) che alterna tonalità realiste a illuminazioni iperrealiste, con bianchi quasi elettrici che tagliano crudamente (e crudelmente) corpi e volti, deformandone grottescamente le prospettive e per traslato la realtà sociale, rovesciandola nella sua caricatura cabarettistica.

Uno dei lavori più audacemente politici di Fosse e sicuramente tra le migliori interpretazioni di Dustin Hoffman.