Sottovalutato dalla critica, L’immorale è in realtà uno dei film più significativi dell’ultimo periodo di Germi, un’opera di passaggio dalla barocca trilogia della commedia borghese (Divorzio all’italiana, Sedotta e abbandonata, Signore e signori) a quegli ultimi titoli incentrati sul rifiuto dei falsi valori dell’età moderna in favore di una genuinità arcaica, tanto sincera da parere quasi ingenua.

Nella vicenda del violinista Sergio Masini, freneticamente diviso tra l’amore per la moglie Giulia e i figli, l’amante Adele coi due bambini avuti da lei e la giovane Marisa rimasta anch’essa incinta, è possibile riscontrare i temi cari a Germi (i modelli sociali maschili e femminili, la famiglia, i rapporti umani e affettivi, ecc.) trattati però con toni più pacati, più morbidi. Non che il regista abbia perso la sua vena critica, piuttosto constata che quel mutamento collettivo intuito e allertato un decennio prima era irreparabilmente avvenuto, e ormai non si poteva che osservarne le tragicomiche conseguenze.

A ben guardare, il protagonista ricorda quello di L’uomo di paglia, ma Germi non lo carica più di quella vena malinconica e amara che caratterizzava Andrea Zanardi. Masini è in definitiva l’uomo del Boom, espressione di quell’ansia cui la popolazione era stata vorticosamente trascinata dal miracolo economico, una corsa all’oro che ha segnato il decennio, nel bene e nel male, in maniera indelebile.

Non è dunque l’autore a essersi rassegnato allo stato delle cose; lo sono i suoi personaggi, figure non più meschine ma fragili e arrendevoli, incapaci di scelte radicali, che accettano le conseguenze di ogni loro gesto quale destino ineludibile, come una sorta di resa, uno scotto da pagare per quella forzata gaiezza dettata da un benessere puramente materiale.

Ne esce così il ritratto di “un’umanità né felice né disperata, in cui, a differenza di quanto accadeva nelle commedie precedenti, tutti si sforzano di accettare gli altri, di accontentarsi del modo in cui nessuno riesce ad essere diverso da quello che è” (Mario Sesti). È questa la parabola narrativa del protagonista, che cerca di adattarsi costantemente ai bisogni e ai desideri di ogni compagna per renderle felici, come loro fanno con lui accettandone schemi, programmi e orari, consce di dividere lo stesso uomo con altre due donne.

L’ossessione di Masini di non deludere nessuno – “voglio che siano contente tutte”, afferma nel colloqui con don Michele, un confessore esterrefatto dalla sua condotta – si fa sintomo di una visione infantile del tempo, un susseguirsi di attimi a sé stanti da vivere senza continuità col prima e il dopo, senza prospettive. Sergio riesce a barcamenarsi tra le varie compagne e relative necessità restando sempre se stesso, questo in definitiva perché non sa chi effettivamente sia – “Fossi un mostro?” si domanda preoccupato durante il parto di Marisa. A differenza di Zanardi, tormentato dalla dicotomia legge/desiderio, il musicista accetta la sua condizione imperfetta sacrificandosi per il bene di tutti.

È proprio l’idea del sacrificio a rappresentare il punto di forza di una figura altrimenti odiosa e imperdonabile. L’atteggiarsi di Masini a bravo padre di famiglia per ognuna delle donne amate non è un sotterfugio, una menzogna costruita all’insaputa delle altre per uscire da una condizione di costante disagio. Invece è il comportamento di un uomo onesto con se stesso e fedele a una propria idea di famiglia che non corrisponde a quella del tempo, senz’altro più secolarizzata che in passato ma non in grado di accettare una condotta come la sua, costringendolo a tenere nascosta la sua felicità pur fantasticando di vivere pacificamente al centro di un nucleo allargato, senza gelosie né contrasti interni.

Un sogno castrato da una morale che accetta e perdona tutto – si pensi all’atteggiamento della moglie e delle compagne, alla solidarietà e alla complicità dell’amico e collega Colasanti o del prete che, sopraffatto dalla logica dell’uomo, non lo condanna – ma non gli eccessi di una libertà individuale. Come sempre nel cinema di Germi, il conflitto primo da cui scaturiscono gli eventi è sempre quello tra la volontà dell’Io protagonista e la costrizione socio-culturale che in un modo o nell’altro obbliga in direzione opposta.

Ciò che in definitiva rifuggiva Andrea Zanardi in L’uomo di paglia abbandonando Rita, Sergio lo accetta senza indugio, fino alla fine. Come Rita anche Masini precorre i tempi, e come lei muore per amore, fedele a un’idea non sostenibile sul piano fisico, psicologico né economico. La morte dell’uomo stroncato da infarto – un cuore tenero, indice metaforico della sua debolezza emotiva – è l’ennesimo campanello d’allarme attraverso cui il regista cerca di risvegliare la coscienza del pubblico, allertando su una società in apparenza tollerante che nasconde in realtà un carattere fortemente nevrotico e oppressivo.

L’immorale presenta così lo spaccato di un paese che ha ormai perso la rotta e con essa il suo senso etico, in una sorta di apatia collettiva in cui tutto è accettato purché non reso pubblico, esplicito, dichiarato. E ancora una volta in Germi, la famiglia torna a rappresentare la cellula di questo sistema malato.

Come in Una storia moderna – L’ape regina di Marco Ferreri (1963), essa è rappresentata quale istituzione ormai fondata su un accordo formale sottoposto alla giudicante dottrina religiosa di una Chiesa che ascolta ma non capisce, alla maniera del sacerdote-confessore in entrambi i film. Il primo invita insistentemente a consumare il matrimonio quale reciproco dovere coniugale, il secondo suggerisce a Masini di troncare i legami non ufficializzati tornando a una forma monogamica, mantenere le altre famiglie ma senza curarsi delle conseguenze psicologiche, affettive ed emotive di un gesto tanto vile e ipocrita da risultare inaccettabile.

Ferreri tornerà a trattare il tema della distanza dell’istituzione religiosa nel 1972 con L’udienza, mentre Germi nello stesso anno riprenderà il discorso sulla famiglia e il matrimonio in Alfredo Alfredo, film-manifesto del movimento divorzista italiano in cui il regista, nonostante le aperture sociali in atto, non nasconde il sospetto di un’immutata condizione psicologica nazionale ancora divisa tra aspirazioni libertarie e costrizioni legali.