Il pacifismo costituzionale, imposto dagli Stati Uniti, era entrato in vigore da appena tre anni quando in Giappone esce Listen to the Voices of the Sea di Hideo Sekigawa. Quando questa pellicola vede la luce, il Giappone è ancora occupato dagli Stati Uniti e benché la tematica antimilitarista fosse gradita alla censura dei medesimi, Sekigawa era stato inserito nella lista nera degli artisti vicini al comunismo. Fu solo trasferendosi alla Toyoko Eiga (oggi Toei) che potè realizzare questo film, e smarcarsi quindi dal suo passato come documentarista di propaganda militare.

Listen to the Voices of the Sea doppia il successo della raccolta di lettere da cui è tratta, pubblicata l’anno precedente. La drammatizzazione delle testimonianze epistolari degli studenti, strappati alle università per combattere a Burma (l’attuale Myanmar), è alla base del messaggio antibellicista di Sekigawa. Nel 1950 quindi, Listen to the Voices of the Sea anticipa di circa un decennio altri capolavori del pacifismo nipponico, come Fuochi nella pianura e la trilogia La condizione umana, da cui si discosta comunque per l’approccio corale.

Le ultime catastrofiche settimane dell’invasione giapponese durante la Seconda Guerra mondiale non vengono qui ancorate ad un racconto lineare composto dai classici inizio, svolgimento e finale. Sembra di assistere piuttosto al decorso di una malattia mortale, un accumulo di ingiustificate sofferenze e umiliazioni degne delle pagine di De Sade.

I soldati protagonisti, bloccati nella giungla e circondati dalle truppe inglesi, trovano ben poco conforto nel riconoscersi l’un l’altro, aprendo piuttosto amari ricordi di tempi migliori: di quando ancora erano membri della società civile e potevano permettersi di discutere di letteratura pacifista. Il loro interminabile presente è segnato da denutrizione, malattie, psicosi e mutilazioni. I loro superiori, di contro, non si fanno scrupoli ad abbandonare i feriti, disertare i combattimenti, sopprimere il dissenso con la violenza e l’omicidio.

In questa brutale successione di sofferenze, due scene in particolare spiccano per impatto emotivo: quella dell’ex professore obbligato a comportarsi come un cane da riporto e quella in cui al responsabile delle truppe, che lamentava l’assenza di cibo ai soldati, viene imposto di cibarsi di uno stivale. Inutile sottolineare che il nichilismo più disfattista regna sin dalla prima inquadratura, reso tanto più amaro dalle già citate sequenze di flashback.