Dieci anni fa usciva nelle sale Lo chiamavano Jeeg Robot, lungometraggio d’esordio di Gabriele Mainetti, che pochi mesi prima era stato presentato e accolto con favore alla Festa del Cinema di Roma. Subito dopo la première romana, il passaparola riguardo questo piccolo film, così anomalo per gli standard della produzione italiana, si era diffuso velocemente e l’attesa per la distribuzione ufficiale era cresciuta esponenzialmente, trasformando Lo chiamavano Jeeg Robot in un fenomeno pop come raramente se ne vedono in Italia.
In sala arrivò a incassare più di cinque milioni di euro, a fronte di un budget di poco più di un milione e mezzo, e fece incetta di David di Donatello, diventando uno dei titoli di punta della stagione. Si trattò di un successo inaspettato, che non si esaurì sul fronte economico. Lo chiamavano Jeeg Robot, infatti, venne da subito promosso e recepito come primo passo di una rinascita per il cinema italiano di genere, discusso dalla critica e dal pubblico come l’opera di cui l’industria italiana aveva bisogno, nonché il “primo vero film di supereroi italiano”.
Due anni prima c’era stato Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores, prima parte di un dittico che a sua volta era stato annunciato come l’ingresso del cinema italiano nel mondo dei supereroi, ma, a differenza del film di Mainetti, l’opera di Salvatores non aveva riscontrato un così vasto entusiasmo. Colpa probabilmente della mancanza di un reale adattamento del genere dei supereroi alla sensibilità italiana, sul piano della messa in scena, dei temi e del linguaggio.
Lo chiamavano Jeeg Robot, invece, si presentava diversamente. La differenza stava nell’approccio con cui Mainetti – insieme a Nicola Guaglianone e Menotti, i due sceneggiatori del film – aveva calato un genere tipicamente statunitense nel contesto italiano, sia per la tipologia di personaggi e situazioni che raccontava, sia per i modelli cinematografici a cui si ispirava, primo tra tutti il cinema di Claudio Caligari.
Era un adattamento consapevole, che riusciva a declinare strutture internazionali secondo una prospettiva e una sensibilità locale. Il tutto infarcito da suggestioni derivanti dalla cultura pop giapponese. Proprio l’equilibrio tra queste influenze e la credibilità che ne consegue sono la ragione per cui Lo chiamavano Jeeg Robot riusciva a essere un solido film di genere e con il passare del tempo questa formula si è rivelata essere la firma autoriale di Gabriele Mainetti.
Rivisto oggi, Lo chiamavano Jeeg Robot mostra alcuni limiti e ingenuità, di natura primariamente produttiva, camuffati nella maggior parte dei casi grazie a trovate registiche e tecniche. È stato raccontato molte volte dallo stesso Mainetti quanto sia stato difficile produrre il film, di come lo abbia proposto a numerosi produttori per poi di decidere di finanziarlo di tasca propria. E anche una volta finito, il film ha riscontrato parecchie difficoltà per arrivare al pubblico.
Fu rifiutato da diversi festival, tra cui la Mostra del Cinema di Venezia, prima di approdare a Roma e avere il successo che sappiamo. È innegabile che anche questa precarietà produttiva abbia contribuito alla fama di Lo chiamavano Jeeg Robot, rafforzando la mitologia attorno a cui si è costruito il dibattito sull’opera di Mainetti.
Dibattito che però, ad oggi, non sembra aver avuto un’evoluzione significativa. Dopo l’uscita del film, si parlò a lungo di come il cinema italiano dovesse rinnovarsi, in termini di genere e di immaginari. Sia la critica sia il pubblico auspicarono un avvicinamento della produzione nazionale a modelli e narrazioni più ambiziose. Ora che il film di Mainetti aveva spianato la strada ottenendo tanto successo, era lecito aspettarsi un’esplosione di progetti analoghi.
Ci sono stati dei casi rilevanti: senza dubbio l’eredità principale è stata raccolta dalla Groenlandia di Matteo Rovere e Sydney Sibilia, attraverso opere quali la trilogia di Smetto quando voglio e Il primo re. Pur attingendo a immaginari diversi da quelli di Mainetti, questi titoli hanno portato avanti la stessa idea di cinema di genere secondo una sensibilità autenticamente italiana.
Ma al di là di questi e di pochi altri esempi – meritano una menzione gli horror di Roberto De Feo e Paolo Strippoli –, il cinema italiano è rimasto prevalentemente ancorato ai medesimi meccanismi di dieci anni fa. Si può ragionare su come, a livello qualitativo, la produzione italiana abbia comunque offerto dei titoli di grande rilevanza, firmati sia da autori affermati sia da registi esordienti, e di come in termini di linguaggio cinematografico ci siano state delle interessanti sperimentazioni. Così come si può affermare che, sul versante della serialità televisiva, l’ambizione internazionale sia stata perseguita con determinazione e sistematicità anche attraverso l’ibridazione dei generi.
Ma, fatte queste premesse, è indubbio che sia mancata una reale direzione industriale ed editoriale verso una produzione di genere. Le ragioni sono le più varie e meriterebbero un approfondimento a parte, ma tra le cause principali c’è la tendenza di produttori e distributori italiani a favorire macro-generi più consolidati e redditizi, quali la commedia e il drammatico.
Gli esperimenti usciti in questi anni hanno purtroppo dimostrato quanto il pubblico domestico sia scettico di fronte a pellicole italiane che escono da questi canoni, suffragando tale posizione conservativa. E allo stesso tempo è evidente l’incapacità dell’industria audiovisiva italiana di capitalizzare su proprietà intellettuali nazionali che consentirebbero sperimentazioni in termini di narrazioni e spettacolarità.
La questione, però, non verte solo sui contenuti, ma anche e soprattutto sulle modalità con cui il genere viene affrontato. Gabriele Mainetti ha dimostrato, prima con Lo chiamavano Jeeg Robot e poi con Freaks Out e La città proibita, di avere la mentalità registica e produttiva ideale per affrontare con la giusta determinazione gli stilemi del cinema di genere. Una mentalità che però, nonostante le speranze di dieci anni fa, continua a essere solo l’attitudine di pochi, anziché una direzione condivisa.