All’interno delle pratiche del cinema italiano contemporaneo, l’impiego del bianco e nero può spesso apparire un vezzo estetico, un involucro manierato con cui rivestire il film per sottolinearne la dimensione storica rivolta al passato. L’utilizzo filmico del bianco e nero può esprimersi attraverso diverse sfumature sulla scala dei bianchi e dei grigi, giocando anche con un’illuminazione contrastata per far emergere le angosce interiori dei personaggi, su modello espressionista.
Il palermitano Giuseppe William Lombardo (classe 1994), approda al lungometraggio adattando per il grande schermo Lo Scuru, romanzo di Orazio Labbate. Per stessa ammissione del giovane romanziere di Butera, questa è una storia che nasce nel buio e li vi germina. L’intensità oscura e fredda si fa materia letteraria, impastata nel gotico americano di Faulkner e McCarthy e attraversata dalle influenze di Bufalino e Cioran, su cui svetta la potenza del capolavoro postmoderno di D’Arrigo (Horcynus Orca).
Data la cupezza stilistica del romanzo, la sua trasposizione filmica non poteva che essere in bianco e nero, e quello materico e sporco fotografato da Sara Purgatorio riesce a cogliere l’orrore ancestrale della scrittura di Labbate, in cui la ritualità cattolica viene rovesciata, attraverso l’utilizzo di feticci (maschere e croci), in un paganesimo che si apre alla dimensione demoniaca.
Lo sguardo registico di Lombardo resta un po' incerto tra la dimensione autoriale e quella più marcatamente arty, perdendosi spesso in un simbolismo sovraccarico. L’orrore mentale di Raz (funzionale Fabrizio Falco), ossessionato dal ricordo della nonna, viene rappresentato attraverso una suggestione incubica che può ricordare gli horror indipendenti di Fabio Salerno, alternato al lirismo grottesco di Giovanni Columbu (Su Re), con qualche brandello di architettura caligarista.
Spesso la cifra stilistica di Lombardo preferisce l’esibizione febbrile alla suggestione, spingendo il bianco e nero di Purgatorio verso i lidi di un radicalismo formale fin troppo affettato, complice anche una teatralità eccessivamente esibita.
Lo scuru è un dramma noir scolpito nella roccia sulfurea della Sicilia, dove i bianchi e i neri non raggiungono l’eleganza gotica del recente L’orto americano di Avati, ma paiono restituire una consistenza talvolta brulla e talaltra limacciosa, creando una commistione tra elementi naturali (acqua, sabbia, roccia) e fluidi corporei (sudore, sangue), su modello di Ti mangio il cuore di Mezzapesa, ma senza il kitsch involontario del film con Elodie.
Lombardo osa, eccede, sperimenta e in alcuni momenti azzecca atmosfere e volti (Ferracane e Pirrotta su tutti), spesso tracima con la voglia di aggiungere invece di sottrarre, ma indubbiamente riesce anche ad affascinare.