Un lento carretto con un contadino che canta un motivo dialettale incrocia in una zona rurale della Campania una macchina che procede spedita dalla parte opposta: la scena iniziale di Lo sgarro (1962) di Silvio Siano, che il recente restauro ci permette di riscoprire in tutta la sua forza drammatica, è già una sintesi di due mondi che sono destinati a scontrarsi.
Il primo è un mondo di oppressi, popolato dai contadini, legati ai ritmi naturali della terra e delle stagioni il cui avvicendamento è segnato dalle feste popolari e dai momenti comunitari. Il secondo è un mondo di oppressori, camorristi che sfruttano il lavoro dei contadini e si appropriano non solo dei loro beni, le ambite vitelle da mandare al macello che invece i contadini vorrebbero allevare, ma anche dei loro stessi corpi.
Il film di Siano fotografa questo scontro di cui Paolo (Gérard Blain) diventa la personificazione. Tornato al paese dal servizio militare, il giovane decide infatti di mettersi al soldo dello spietato boss Don Michele, realizzando, in poco tempo, guadagni che gli permettono di vivere senza spezzarsi la schiena nei campi.
Tuttavia, Paolo comprende lentamente di non essere altro che una pedina nelle mani di Don Michele, che rischia di metterlo contro la famiglia della fidanzata Rosaria (Gordana Miletic) e contro il suo stesso onesto padre (Charles Vanel). La sua presa di coscienza non può che portare alla ribellione finale che, partendo dalla piazza della chiesa, diventa un momento collettivo a cui prende parte tutto il paese.
Paolo, ulteriore ruolo di ribelle per l’intenso Gérard Blain dopo quelli con Lizzani in Il gobbo (1960) e L’oro di Roma (1961), riunisce in sé i due mondi della società rurale: è, al contempo, interno ed esterno a entrambi.
Il suo stesso ritorno al paese dal servizio militare a bordo di un treno in uniforme – l’unica che vedremo in tutto il film nonostante i numerosi delitti e soprusi – lo caratterizza come un uomo ai confini tra la dimensione rurale e quella della modernità, a nessuna delle quali appartiene in pieno, come liminale è la sua posizione tra oppressi e oppressori.
I ripetuti primi piani del personaggio gli conferiscono, inizialmente, un valore di osservatore e testimone dei soprusi che la popolazione è costretta a subire: si veda l’alternarsi dei suoi primi piani ai lunghi piani sequenza che documentano le angherie dei camorristi verso i contadini durante il mercato delle vitelle, una delle sequenze iniziali del film.
Allo stesso tempo, gli ugualmente insistiti primi piani di Paolo sul camion di Don Michele nelle sue scorribande contro la sua comunità lo caratterizzano come colpevole di quegli stessi crimini a cui ha assistito.
Supervisionato da Giuseppe De Santis, con situazioni e attori (da Saro Urzì a Ubaldo Granata) che richiamano La sfida (1958) di Francesco Rosi, Lo sgarro ha momenti dilatati, quasi sperimentali, in cui la macchina da presa sembra davvero pedinare i personaggi, come nella già citata lunga sequenza del mercato delle vitelle o in quelle dei due diversi momenti della festa paesana, il secondo dei quali, con il ballo di Rosaria, ci riporta a Riso amaro (De Santis, 1949).
A queste sequenze si alternano improvvise accelerazioni, come nel violento e drammatico epilogo, che, anche per la presenza di Charles Vanel, non può non richiamare In nome della legge (1949). Con la differenza non trascurabile che nel film di Germi l’incontro sulla pubblica piazza era tra la mafia e lo Stato ed era segnato da un compromesso, mentre nel film di Siano lo Stato non esiste e non ci può essere nessuna mediazione tra popolo e camorra, anche perché non ci sarebbe nessuno a cui consegnare il camorrista.
L’unica via d’uscita per il popolo è quella della ribellione e di un vero e proprio linciaggio dei camorristi, in una sequenza risolta in modo spettacolare come una corsa e uno scontro tra bighe, in cui il genere gangsteristico prettamente urbano incontra il contesto rurale in un adattamento della formula alla situazione italiana.