Il cinema di Agnès Varda, nel risveglio dello sguardo, riscrive con coraggio gli archetipi del femminile, tra società e rappresentazione cinematografica. L’une chante, l’autre pas (1977), tra gli esiti più maturi della sua cine-scrittura femminista, si configura come un coloratissimo manifesto dell’autodeterminazione intesa come pratica di libertà.
Varda si posiziona come attivista all’interno del movimento per i diritti riproduttivi, costruendo un docu-dream che intreccia narrazione e documentazione storica. La riflessione politica e fenomenologica sul Mouvement de Libération des Femmes si fonde con l’intimità di un’amicizia sviluppata attraverso la solidarietà reciproca.
Pomme, giovane borghese parigina, aiuta la coetanea Suzanne che, incinta del terzo figlio e impossibilitata a tenerlo, necessita del denaro per un’interruzione di gravidanza. Separate per anni, le due si rincontrano in età adulta nel contesto dell’impegno politico legato al processo di Bobigny, accanto a Gisèle Halimi, dando avvio a una corrispondenza epistolare destinata a non interrompersi più.
È proprio nella costruzione di questo legame che la cine-écriture femminista di Varda rivela la sua forza. Pomme e Suzanne non potrebbero essere più diverse, eppure è nella complessità delle loro esperienze e nel comune desiderio di autodeterminazione che prende forma una solidarietà capace di riflettere, in scala intima, le istanze più ampie del movimento di liberazione delle donne.
Ciò che Varda riformula è la relazione tra il corpo femminile e il controllo sociale: le traiettorie delle protagoniste restano articolate senza mai depotenziare le loro soggettività. La maternità, così come l’aborto, vengono sottratti a ogni forma di voyeurismo tossico: Varda evita la spettacolarizzazione della sofferenza e rifiuta ogni compiacimento. Lo stigma che ha storicamente segnato le esperienze femminili, spesso costruite entro binarismi patriarcali di vittimizzazione o trasgressione, viene qui rielaborato restituendo alle protagoniste il pieno controllo delle proprie emozioni.
L’attenzione si concentra sull’azione e sulla trasformazione, piuttosto che sulla fissazione del trauma. Si tratta di un aborto depatologizzato, di maternità non oggettivata, di assenza di colpa o punizione come dispositivi narrativi centrali. Pomme e Suzanne non sono definite dal trauma, ma lo attraversano senza esserne ridotte. Non si tratta di una felicità che nasce dalla sofferenza, bensì della possibilità di una continuità vitale che resiste nonostante essa.
Una spia iniziale di questa rivoluzione nello sguardo è proprio Pomme, che mentre posa per il compagno di Suzanne non riesce ad assumere quell’espressione disperata che il fotografo costruiva nei suoi lavori sui volti femminili. Infatti, la prima immagine che ci viene mostrata di Suzanne, in rappresentazione fotografica, racconta una donna affranta condannata a una maternità soffocante, poi ricostruita da Varda come soggettività libera e complessa. Non sono le esperienze a definire i corpi e la femminilità, ma piuttosto le donne, come soggetti complessi, sono capaci di scegliere come immaginare i propri corpi: primo canale della loro autodeterminazione e, di conseguenza, della loro libertà.
L’une chante, l’autre pas, unendo realtà storica e finzione, costruisce una narrazione capace di operare simultaneamente sul piano collettivo, storico e individuale, dando forma a nuove possibilità di immaginazione collettiva. Questo docu-dream non solo restituisce visibilità a uno dei più importanti movimenti europei per i diritti riproduttivi, ma articola una prospettiva pienamente femminista, spostando il baricentro dal dolore spettacolarizzato alla costruzione di soggettività autonome.