E così i Safdie hanno girato il loro primo film in solitaria, restando però, volenti o nolenti, coerenti verso il loro essere una squadra e mettendo in dialogo i due lavori. Senza girarci troppo intorno, a parer nostro, The Smashing Machine e Marty Supreme funzionano come un dittico, un duo speculare e complementare, ma andiamo con ordine.
Il film di Josh Safdie si ispira a un personaggio reale, tale Marty Reisman, per raccontare una parentesi di vita di un ragazzo che sogna di diventare ricco, famoso e campione mondiale di ping-pong. Per dar vita a questo personaggio ha scelto un attore che l’anno scorso ritirando il SAG Award dichiarava di essere alla ricerca della grandezza, di voler essere uno dei grandi. Chalamet sembra dunque condividere gli intenti del personaggio che interpreta, dimostrando da quel momento in poi una sfacciataggine ed esuberanza analoga (che sia una mossa di marketing o meno poco importa). La scelta degli altri attori in questo senso non è affatto casuale ed ecco che Gwyneth Paltrow è chiamata a interpretare una ex-diva, Géza Röhrig un ebreo sopravvissuto al campo di concentramento e Kevin O’Leary uno squalo canadese pieno di soldi.
A suo modo il film di Benny Safdie si rifà a una parentesi di vita del lottatore Mark Kerr, puntando sulla massima aderenza al reale e ricostruendo quasi shot-for-shot le inquadrature dell’omonimo documentario, aggiungendo solo qualche piccolo dettaglio e poche scene. La scelta degli attori è di nuovo esemplare ed ecco comparire The Rock nei panni del wrestler, l’allenatore di Kerr nei panni di sé stesso e altrettanti pugili e lottatori reali chiamati a interpretare effettivi pugili e lottatori nel film.
Il mondo sportivo come pretesto, la ricostruzione di vita ispirata a fatti reali, il gioco metanarrativo con lo status degli attori e la loro percezione pubblica avvicinano i due film, che raccontano storie analoghe ma diverse, con uno stile sì opposto, ma già manifesto nelle loro precedenti collaborazioni. Inoltre, entrambi i progetti hanno come meta ultima dei loro atleti un viaggio in Giappone, seppur ribaltato in termini di senso.
Kerr va lì per ricostruire e provare a riprendere il controllo della propria vita (non a caso il Kintsugi è una delle poche aggiunte del regista al racconto esplorato dal documentario), Marty va lì per dominare e annientare chi ha davanti. L’ipertrofico The Rock, che piange come un bimbo e affronta la sconfitta, si contrappone allo scheletrico Chalamet che sfida il mondo pur di ottenere la propria vittoria. La scelta degli attori e il rapporto con il reale sono a parer nostro significativi e appaiono speculari nel mostrare le parabole opposte di due personaggi e i film come due facce della stessa medaglia.
Se dunque The Smashing Machine mette il proprio protagonista, un vincente, a confronto con la prospettiva di sconfitta e un conseguente futuro da perdente (ciò che scuote Kerr e dà il via alla sua parabola è un “no-contest”, un match che difatti non ha perso), Marty Supreme presenta invece un personaggio svantaggiato in partenza, incapace di immaginare altro se non la propria affermazione e che rifiuta categoricamente la disfatta, pur subendo numerose batoste lungo il percorso. Da un lato abbiamo l’accettazione della realtà raccontata con uno sguardo documentaristico e a partire da un documentario (l’anti-Rocky); dall’altro c’è il sogno febbrile, o meglio l’illusione, l’autosuggestione, fino al singhiozzante schianto con la realtà.
Quella raccontata da Josh è infatti una realtà cinica, violenta e gerarchica in cui il nostro Marty Mauser tenta di destreggiarsi con ogni arma a sua disposizione e sempre a discapito delle conseguenze. Volendo speculare sul cognome pensato ad hoc per il personaggio, si potrebbe dire che ne restituisce chiaramente i caratteri. Mouse, un topo che sopravvive fuggendo, nascondendosi, riproducendosi e salendo sulle spalle degli altri, oltre che a ricordarlo nell’aspetto, con gli occhietti rimpiccioliti dalle lenti, il monociglio e quel baffo pubescente da pantegana. Ma letteralmente anche Mauser, la pistola prodotta dall’omonima azienda di armi tedesca, e che ben si sposa con l’attitudine del Supremo, pronto a tutto pur di ottenere ciò che vuole. In fondo, stando alle sue parole, finirebbe il lavoro di Hitler, ma sgancerebbe anche una terza atomica sul Giappone.
Come dicevamo però, quello che gli si para davanti è un contesto difficile, un’America non troppo distante da quella contemporanea e in cui il conflitto (che sia di classe, di genere o etnico) sembra essere l’unico motore per il progresso. Non esiste indipendenza per le donne, perennemente assoggettate a un uomo, che si tratti di legame familiare (la madre), di amore (Rachel) o di odio (Kay), se non tramite violenza e inganno; e lo stesso vale per Marty, che partendo invece da una posizione privilegiata dovrà comunque scontare le proprie origini, umiliarsi e tradire per poter fare passi avanti. Insomma, sognare pare essere l’unica via di fuga ma quanto c’è di vero nel sogno?
Durante questa fuga il protagonista si ritrova in situazioni rocambolesche a un passo dalla morte e c’è da dire che tendenzialmente il degenerare della situazione è proprio conseguenza delle sue stesse azioni. In maniera non troppo dissimile da quanto già apprezzato in Uncut Gems, assistiamo dunque a una serie di peripezie nel tentativo di racimolare soldi. Il ping-pong in fin dei conti non è affatto il fulcro del film, seppure la sua frenesia e fisicità ben si prestino al ritmo e tono della narrazione, che dal ritorno negli USA (non a caso) prende tutt’altra strada. La parte centrale è dunque un susseguirsi di situazioni al limite dell’eccesso nel tentativo di mantenere alta la tensione per l’intera corsa, ma a parer nostro il risultato però non è dei migliori e alla lunga la formula stanca.
Dopo le prime volte in cui l’arrivo di Marty scatena un susseguirsi di problemi, gente che urla e la puntuale violenza finale, lo schema diventa chiaro e riconoscendo lo scheletro della scena la tensione scompare. Dalla fuga da casa, al motel, passando per la pompa di benzina, la baita di campagna, Central Park e poi di nuovo la baita, la ripetizione diventa asfissiante nel mentre l’obiettivo resta sempre lo stesso e gli eventi poco cambiano le carte in tavola. Questo girovagare in tondo ha la funzione di restituire il quadro sociale sopra descritto, mettendo a confronto le classi più alte e basse della società, i gangster di città e i redneck di campagna, il caos urbano e il silenzio notturno, apparendo dunque sì interessante ma fin troppo freddo e macchinoso.
In ogni caso è proprio durante il suo peregrinare che Marty dimostra di essere un vero hustler, un po’ come l’Adam Sandler di Diamanti grezzi o magari il Jordan Belfort di Scorsese, che proprio in virtù della posizione che arriva a occupare viene trasformato e si lascia trasformare. Se non fosse che Marty è così sin dall’inizio, cioè quando tenta di forzare il piede di un’anziana signora a entrare in una scarpa troppo stretta. Cenerentola al contrario… Ovviamente anche il ragazzo occupa una specifica posizione sociale, per cui il suo essere un hustler sin dalla nascita non deve necessariamente essere una colpa e anzi, stando alle parole di Gué (ora che è stato legittimato da Sorrentino ci sentiamo liberi di uscire allo scoperto e, appunto, citare Gué) non bisogna odiare il player ma il game, il che è tutto dire.
È infatti il protagonista stesso ad appropriarsi di questa narrazione quando nel tentativo di scusarsi dice di venire da dove “ognuno pensa a sé stesso”. Seppure sia una delle poche frasi veritiere pronunciate dal personaggio e, almeno per noi, l’unico gancio empatico con lui, non suona affatto come una frase sincera. Non è una presa di coscienza, ma una giustificazione, l’ennesima menzogna che racconta agli altri e a sé stesso per mantenere vivo il sogno/illusione.
In verità il ragazzo non si fermerà finché non verrà fermato, adattandosi e piegandosi alle situazioni in base a quanto c’è da guadagnarci, è un arrivista, un affabulatore, scherza sull’Olocausto perché dice che un ebreo può farlo, eppure non sembra avere idea di cosa parli, racconta storie sui campi di concentramento come se gli appartenessero e senza coglierne il senso, abbandona tutti quelli che lo hanno aiutato per diventare rappresentante sportivo dell’America nel mondo e dinanzi a un avversario fisicamente traumatizzato dalla guerra, unicamente per capriccio personale, sgancia una metaforica terza atomica sul Giappone sentendosi finalmente forte una volta umiliato il prossimo.
Marty non è un antieroe, è un essere umano subdolo e puramente egoista, vive negli anni Cinquanta ma lo si trova in giro ancora oggi (magari è un vampiro a sua volta), ha uno spirito imperialista e soprattutto è squisitamente made in America: un ratto pieno di sé disposto a scavalcare chiunque e mangiare i propri simili pur di vincere, con la menzogna pronta e il fascino dell’arrotino, non vede l’ora di impugnare una pistola e minacciare il mondo forte della sua potenza di fuoco.
Incoerente, contraddittorio e infine piagnucolone, è schiavo dello stesso potere che glorifica e di cui è alla ricerca, vittima di sé stesso e dello stagno in cui sguazza, dove nonostante tutta l’ipocrita retorica sul sogno, alla fine vige comunque la legge del più forte: ricco, bianco e maschio, possibilmente non ebreo anche se quello dipende molto dal conto in banca perché, come la storia ci sta insegnando, talvolta si può chiudere un occhio o far finta di non vedere, ché tanto l’importante è sognare. Giusto?
Dream Big.