Ci sono voluti trent’anni ma Memories raggiunge finalmente le sale italiane. Per amor del vero, già nel ‘95 l’ambizioso progetto nato dalla penna di  Katsuhiro Otomo rappresentava una controtendenza demodé nel panorama animato giapponese. L’era dei più importanti anime antologici (Robot Carnival, Manie-Manie: i racconti del labirinto) era già tramontata, e al contempo andavano affermandosi storie più cupe, esplicitamente adulte e filosofiche (Ghost In the Shell, Neon Genesis Evangelion).

Il primo dei tre episodi che compone Memories si intitola Magnetic Rose, è diretto da Koji Morimoto e sceneggiato da Satoshi Kon. I protagonisti sono un gruppo di riciclatori spaziali di fine ventunesimo secolo che, dopo aver ricevuto uno strano SOS, rimangono bloccati su una stazione desolata e decrepita, governata dalle memorie di un fantasma.

Un horror fantascientifico teso, che diventa sempre più claustrofobico man mano che allucinazioni e realtà si sovrappongono, che i ricordi di celebrità di una cantante d’opera in declino corrompono le menti dei protagonisti. Col senno di poi, è facile scorgere in nuce suggestioni e temi del Kon a venire (Perfect Blue, Millennium Actress). Quello di Morimoto è certamente l’episodio più strutturato, nonché il più drammatico e lungo dei tre, e sarebbe potuto benissimo essere sviluppato in un lngometraggio indipendente.

Il secondo episodio, Stink Bomb di Tensai Okamura, smorza notevolmente la tensione con il racconto grottesco di un impiegato che assume per errore una pillola sperimentale, trasformandosi in una mortale arme chimica ambulante. Stink Bomb viene realizzato dal prestigioso studio Madhouse, sotto la supervisione del grande Yoshiaki Kawajiri, che però non imprime all’opera la sua riconoscibile crudezza.

Col suo registro comico abbastanza infantile e uno stile grafico semplice, questo segmento è l’unico ad accusare la sua posizione nel trittico, presentandosi subito dopo il gran finale catartico di Magnetic Rose. Nonostante questa collocazione infelice ne faccia un intermezzo a tutti gli effetti, Okamura porta egregiamente a casa un racconto interessante dal sapore retrò sui rischi della militarizzazione incontrollata, una sorta di Dottor Stranamore meno graffiante e adatto ai giovanissimi.

Si chiude invece in bellezza con Cannon Fodder, realizzato interamente da Otomo e con la chiara idea di sperimentare. Seguiamo qui la giornata tipo di una famiglia operaia all’interno di una gigantesca città/fabbrica/cannone di stampo orwelliano, in perenne guerra contro eserciti indefiniti. L’autore da qui massimo sfogo alla sua passione per le costruzioni mastodontiche, e utilizza uno stile di disegno stilizzato tipicamente europeo per realizzare un finto piano sequenza unico.

La regia valorizza quindi un contesto autofago e concluso in sé, dove esseri umani simili a zombie vivono e muoiono per alimentare macchine belliche a vapore, anticipando di un decennio quel che Otomo realizzerà più in grande con Steamboy. Lo stile si impone sul racconto, semplice e niente affatto perturbante, di un bambino che sogna di diventare l’eroico preposto a premere il grilletto dei cannoni. Nel complesso il punto di forza di Memories non è certo l’originalità, quanto piuttosto l’eterogeneità di situazioni e stili che spiccano per contrasto invece di amalgamarsi.