Tutti gli omicidi dello strangolatore seriale che minaccia le strade costantemente piovose di Copenaghen hanno due elementi in comune: le vittime sono donne di nome Sonja e i delitti sono accompagnati da una voce femminile che canta sempre lo stesso motivo, la melodia della morte del titolo. I sospetti ricadono sull’affascinante e misteriosa cantante Odette Margot (Gull-Maj Norin) per la sua inconfondibile tonalità e la lingua francese che l’artista non vuole abbandonare nonostante le pressioni del suo impresario.

La donna dovrà, quindi, scavare nel proprio traumatico passato per smascherare l’assassino, aiutata dal suo aitante e innamorato tecnico delle luci (Poul Reichhardt) e da un ispettore di polizia il cui primo commento tra l’annoiato e lo sdegnato spiazza immediatamente lo spettatore: “Questi omicidi con complicazioni psicologiche sono terribili!”.

Adattato dall’omonimo radiodramma di grande successo del 1943, Mordets Melodi (Murder Melody, 1944) conquistò il pubblico e la critica danese riuscendo a soddisfare quella voglia di cinema di genere americano di cui l’occupazione nazista aveva proibito l’importazione. Da una prospettiva intermediale, nel radiodramma l’elemento sonoro del motivo che accompagna gli omicidi era essenziale per amplificare la tensione generata dalla storia dei delitti, anche tenendo conto dell’invasione della violenza dello spazio domestico degli ascoltatori, per di più costretti ad un coprifuoco da una potenza straniera.

L’efficacia di questo supplemento sonoro non è, comunque, andata perduta nel film. La sua ripetizione prima di ogni delitto viene, infatti, a rappresentare l’ineluttabilità del destino in un’atmosfera, che, come per gli altri Norden noir della rassegna, ci riporta certo al cinema americano ma anche al realismo poetico francese in quella transnazionalità delle influenze che costituisce uno degli elementi di fascino del genere noir.

Diretto dalla regista Bodil Ipsen, Mordets Melodi crea un clima di angoscia rispetto alla capacità della protagonista di mantenere il controllo sui suoi pensieri e azioni, un tema ricorrente anche nel noir americano (si pensi, per esempio, al successivo Il segreto di una donna di Preminger). Il simbolismo dello specchio appare in tutto il film, sdoppiando le immagini dei primi piani di Odette e suggerendo che la minaccia viene, contemporaneamente, da lei stessa e da un’entità esterna.

Come la battuta iniziale dell’ispettore di polizia, questa insistenza, attraverso le immagini riflesse, sul doppio e sulla cornice dell’inquadratura mette in evidenza un elemento meta-cinematografico e una dimensione ludica a cui contribuisce anche la natura ibrida del film. Infatti, dal dedalo urbano che rispecchia il labirinto della mente, Mordets Melodi scivola progressivamente verso un finale sempre più gotico, in cui la protagonista sembra finire imprigionata proprio in quella isolata dimensione domestica che ha sempre rifiutato e che non ha nulla di rassicurante.

L’ambiguità sessuale e una certa fluidità di genere sono sicuramente le caratteristiche più sorprendenti del film per gli anni in cui è stato girato: i personaggi trasgrediscono ripetutamente le aspettative di genere e Mordets Melodi mette in scena sia relazioni eterosessuali che lesbiche con uguali risvolti tragici senza giustificazioni di edificazione morale. Il vero assassino sembra essere proprio l’oppressione patriarcale che Odette dovrà affrontare nell’ultimo scontro.