Nella filmografia sulla Grande Mela, un posto speciale lo occupa ovviamente Martin Scorsese con numerosi suoi film. In Taxi Driver la città è quella del dopo-Vietnam e del picco di criminalità. Ecco come potremmo rileggere il film, con particolare attenzione alla colonna sonora. 

A tre anni di distanza da Mean Streets, ambientato nelle strade di Little Italy, Martin Scorsese torna nello scenario metropolitano della New York degli anni ’70, ritraendone il disfacimento e la desolazione nei toni angoscianti di quello che può essere definito un cupo neo-noir esistenziale.

Avviando la collaborazione con Paul Schrader – sceneggiatore pilastro della New Hollywood, in cui Taxi Driver s’inserisce a pieno – Scorsese sceglie il racconto in prima persona, tramite voice over, per tracciare la parabola di Travis Bickle, un reduce dal Vietnam che lavora come tassista per tenersi occupato nelle notti insonni.

Il girovagare in taxi nello squallore e nella “immondizia” della città sottolinea la solitudine e l’alienazione cui Travis è condannato senza apparente possibilità di redenzione. La fotografia di Michael Chapman, intrisa di rosso, inquadra New York attraverso il parabrezza bagnato e lo specchietto retrovisore, che incorniciano volti e figure vaganti di notte nella “giunga d’asfalto”: drogati, ladri, prostitute, sfruttatori. Dopo il rifiuto di Betsy, da cui era affascinato perché sembrava un angelo immune all’inferno e che invece si rivela “come tutti gli altri”, Travis attuerà una trasformazione, fino a compiere un gesto estremo per salvare la prostituta tredicenne dal pappone Sport. Il nome della ragazza è Iris, proprio come la protagonista dell’opera omonima di Pietro Mascagni, compositore anche dell’opera Cavalleria rusticana che Scorsese inserirà in Toro Scatenato.

Ad una pellicola costruita sull’ambiguità di valori e punti di riferimento corrisponde un commento musicale che alterna due temi principali dalle sonorità contrastanti: da una parte la sensualità del sassofono blues, dall’altra la durezza di ottoni e percussioni.

Il finale ripropone lo stesso motivo che ha punteggiato il film fin dai titoli di testa, ma con un elemento aggiuntivo. L’arpa, che si inserisce tra i suoni cupi e gravi di ottoni e percussioni, diventa la traduzione musicale della solitudine di Travis nella società malata e corrotta in cui ha tentato di diventare qualcuno. L’intensità del sottofondo musicale accompagna le immagini finali che, nonostante la desaturazione dei colori per eludere la censura, mantengono una suggestiva potenza visiva. La colonna sonora, magistrale nel restituire le angosce della metropoli, è composta da Bernard Hermann, deceduto dopo l’ultima sessione di registrazione e alla cui memoria il film è dedicato.

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