Park Chan-wook è un autore che non si adagia sugli allori e con No Other Choice sperimenta un nuovo linguaggio per parlare di violenza, quello della commedia grottesca. Il racconto si apre con il pranzo, fin troppo idilliaco, di una famiglia agiata: il capofamiglia Man-su, sua moglie, due figli, due cani di grossa taglia dal pelo lucente, casa di proprietà con giardino e grigliata sotto il sole.

Sembra troppo bello per essere vero, e infatti non lo è. A Man-su rimane appena il tempo di gioire della sua vita che perde il lavoro, e con esso tutto quello che ha costruito. Divenuto l’emarginato di una società ultracompetitiva dove lo status è tutto, e deciso a riconquistare il prestigio perduto, non vede altra alternativa che eliminare fisicamente i suoi concorrenti per un posto di lavoro.

La violenza non passa più attraverso le vendicative martellate di Oldboy, né dal rigore opprimente della magione di Mademoiselle, ma dal sorriso forzato di un disoccupato. L’ironia più nera ha sempre costellato l’opera del cineasta coreano, ma mai come in No Other Choice si ride (amaramente) dall’inizio alla fine. Non ci sono antagonisti manifesti, solo la brutalità impersonale delle logiche di mercato, un male che ti fa ottenere quello che vuoi per poi togliertelo, ti ride in faccia e pretende che tu sorrida di rimando.

Non è un racconto di umili schiacciati, ma di agiati che non vogliono rinunciare al privilegio, talmente invischiati in una mentalità aggressiva da non vedere, appunto, nessuna altra scelta che continuare a perpetrare quella stessa violenza in altre forme. Tra i tanti leitmotiv narrativi il più evidente è infatti la luce, vissuta fin da subito come un fastidio da chi è abituato a seguire logiche occulte, da chi fa finta di non vedere una violenza endemica che necessita di rimanere sommersa per affermarsi. D’altronde, come viene ricordato a Man-su in sede di colloquio, l’intelligenza artificiale non ha bisogno di luce, e l’umano non deve quindi azzardarsi ad agire all’infuori del buio, del profitto invisibile dei dirigenti.

Non solo Man-su, ma anche la sua famiglia e ogni personaggio secondario condivide questo stesso fatalismo. Il male non è ineluttabile e di alternative ce ne sarebbero, ma preferiscono scannare il prossimo che cercarle. Tolti i cani, per nessuno è un problema ricorrere al crimine, all’inganno o al tradimento per il bene (economico) del proprio nucleo, purché il male rimanga celato dietro una facciata e vissuto come necessario. I personaggi femminili e in particolare la moglie di Man-su sembrano più positivi, più pragmatici e risoluti nelle avversità. In fondo recitano un ruolo, usano solo metodi più sottili per proteggere lo status quo e condizionare le loro controparti maschili a fare altrettanto.

Tendenzialmente ogni personaggio si riflette parzialmente in ogni altro, e per sottolineare queste sovrapposizioni Park adopera una tecnica di montaggio interno affinata dal precedente Decision to Leave. Non c’è molto altro da sottolineare sotto il profilo tecnico, è semplicemente perfetto. Il ritmo è incalzante, la musica è molto presente ma mai a sproposito, la regia calibrata al millimetro non sacrifica l’espressività degli attori né la valorizzazione degli spazi.

Salvo miracoli, No Other Choice è già il film dell’anno.