“Tutto ciò che serve per fare un film è una ragazza e una pistola”, afferma Jean-Luc Godard (Guillaume Marbeck), il più insolente, arrogante e spregiudicato dei “giovani turchi”. La ragazza è l’attrice americana Jean Seberg (Zoey Deutch) alle prese con il criminale da strapazzo, che scimmiotta Humphrey Bogart, interpretato da Jean-Paul Belmondo (Aubry Dullin), che di lì a poco diventerà un’icona della cinematografia francese.

Richard Linklater, regista statunitense sperimentale (quasi un Robert Zemeckis indipendente), tra l’animazione in rotoscopio, la trilogia con la coppia Ethan Hawke e Julie Delpy sullo stile Antoine Doinel di Truffaut, l’esperimento temporale di Boyhood (2014), fino all’unità spazio-tempo dell’ultimo Blue Moon (2025), ci trasporta nel 1959 in un viaggio filologico, in bianco e nero e in quattro terzi, dietro le quinte del set anarchico di Fino all’ultimo Respiro.

Con Nouvelle Vague Linklater ci presenta i volti della redazione dei “Cahiers du cinéma” introducendoci a François Truffaut, Claude Chabrol, Jacques Rivette, Éric Rohmer e tanti altri: i grandi critici cinematografici che si nutrivano di cinema alla Cinémathèque française, il tempio della settima arte, omaggiato nell’erotismo cinefilo di The Dreamers (2003) di Bernardo Bertolucci

Questi giovani scapigliati, figli di Roberto Rossellini, con la politique des auteurs cambiarono per sempre il modo di scrivere e di parlare di cinema, nobilitando grandi registi americani – da Alfred Hitchcock ad Haward Hawks a Nicholas Ray – che fino ad allora erano considerati dei meri intrattenitori. Dalla penna del critico passarono alla caméra-stylo del regista per fare dell’arte un sacerdozio (come dice Jean Cacteau a Truffaut) e prendere d’assalto il “cinema di papà”.

In Francia, il Paese dove le prime ombre del cinematografo hanno incantato i novelli spettatori nel 1895, tra le vedute Lumière e i trucchi fantastici di Georges Méliès, ancora una volta avviene la rivoluzione, che darà il via al cinema moderno.

Guillaume Marbeck interpreta un Godard affabulatore, che si intrufola nei set di Jean-Pierre Melville e Robert Bresson per rubacchiarne l’inventiva. Con il suo fare laconico tradisce il cinema classico tanto amato dalla cinefilia punk dei Cahiers, frammentandolo, decomponendolo, destrutturandolo, per reinventarne la grammatica.

Ogni regola, convenzione, artificio, tabù, viene infranto per inseguire la pura realtà dell’immagine. Tra camera a mano, tempi morti (al contrario della torta hitchcockiana), dialoghi improvvisati, niente trucco, luci, suono, sguardi in macchina, il ventottenne Godard, da grande critico e amateur, mette in crisi il cinema e, tra un jump cut e l’altro, spezza la finzione e la continuità narrativa del découpage classico.

Sempre schermato dalle sue citazioni filosofiche e letterarie, e dal “sintomatico mistero” dei suoi occhiali da sole, il suo sguardo diventa l’occhio meccanico del cinema, uno schermo nero di possibilità, desiderio e libertà.

Richard Linklater, dopo aver dedicato un film a un altro gigante del cinema moderno (del teatro e della radio) con Me and Orson Welles (2008), mette in scena una nostalgica celebrazione dell’amore cinefilo su uno dei set cinematografici più creativi, comunitari e indipendenti della storia del cinema. “Non è Quarto potere”, dicono, ma l’esordio irriverente di Jean-Luc Godard è Quarto potere, come è Roma città aperta, perché ci sarà sempre un prima e un dopo Fino all’ultimo respiro.