Film di soglie e passaggi, Orfeo di Virgilio Villoresi, tratto da Poema a fumetti di Dino Buzzati, riporta in vita le “favole antiche” di leopardiana memoria, immaginando una prospettiva nuova in cui la contaminazione di forme, animazioni, luci e riflessi oltremondani, produce un’infestazione dionisiaca che non rinuncia tuttavia alla misura apollinea.
Orfeo, come l’Orphée di Cocteau, è pervaso da bizzarria, spettacolo e farsa, ma con la lucidità dell’artigianato d’altri tempi. Grazie all’invenzione di una fucina crea-miracoli, Villoresi si riappropria di uno spazio cinematografico perduto, quello (ri)prodotto con la “favilla antica” dell’illusione, alla quale lo spettatore crede forse anche solo per “gioco”. Era così anche in Poema a fumetti, allorché Buzzati invitava il lettore a riconoscere le diverse fonti d’ispirazione citate dallo stesso autore: da Dalì a Friedrich, da Murnau a Fellini, in un impasto di parole e disegni verso cui andava delineandosi una caccia al riferimento iconografico nascosto.
Corrispondenze poetiche nei confronti di un mito (la “povera favola di Orfeo”, secondo Eura/Euridice in Poema) che disperde il suo epos e raccoglie frammenti evocativi in un “melodramma visivo” che il regista italiano, al suo primo lungometraggio, trasforma in una wunderkammer filmata: qui l’art nouveau convive con paesaggi surreali e la parola “dipinta” crea un immaginario che è movimento e stupor, in un alternarsi quasi indistinguibile tra sonno e veglia.
Aspirando a un vero e proprio recupero avanguardistico che rilegge l’alto e il basso, il sacro e il profano, Orfeo è sospeso tra l’evanescenza di un sogno lucido e la materia vibrante restituita dalla pellicola in 16mm. Villoresi ha scelto di utilizzare una Bolex anni ‘70 forse anche solo per rendere la sua creatura un memorabilia d’altri tempi risorto dall’oblio.
Circonfuso da un’aura medianica, il cantore e musico - per Buzzati una rockstar, per Villoresi un pianista – viene soggiogato da Eura Storm, ma lei si perde in un inferno in cui Giacca, diavolo custode svolazzante ed ebbro, custodisce immagini intrappolate nel tempo, mentre Orfeo si trova alla mercé di psicopompi e animali totemici, corpi sdoppiati e memorie perdute che resistono all’abbandono; è il film stesso, però, che si configura come atto di resistenza (analogica, teatrale, illusionistica) alla catabasi nella facile convenzione verso cui il cinema italiano sta precipitando da parecchio tempo.
La chiave di volta per entrare in questo sottomondo infernale o semplicemente per stare sul limes, a cavallo di un immaginario che alterna stop motion e live action, è la scrittura, che diventa “strumento della fantasia”, come sostenuto da P. Dalla Rosa a proposito dei Miracoli di val Morel di Buzzati; e la fantasia, cos’è se non un mezzo di conoscenza attraverso cui il mito rivisitato ricomincia a parlare la lingua non più del “respicere”, ma di un passo a due, tra un vivente e un perduto eidolon, avvolto dalle musiche di Angelo Trabace e impreziosito da libertà espressive e geometrie incantate?