In Palcoscenico, tratto dall’omonima pièce teatrale, il frastuono della residenza per artiste è una vera e propria colonna sonora. Chiacchiere incessanti, litigi, grida di rabbia, disperazione e qualche risata improvvisa compongono il tessuto sonoro e affettivo della casa. Un microcosmo in cui, come sottolinea la proprietaria della pensione, i legami somigliano a quelli di una grande famiglia.
L’arrivo di Katharine Hepburn qui nei panni di Terry Randall, aspirante attricee figlia di uno degli uomini più potenti d’America, porta instabilità e rompe l’equilibrio della routine. La sua diversa estrazione sociale genera sospetto e diffidenza. Terry vuole vivere come una ragazza qualunque, ma è chiaro che appartiene a un altro mondo, anche se cerca di nasconderlo. La sua compagna di stanza, Jean Maitland (interpretata da Ginger Rogers), cerca di riportarla alla realtà con una raffica di battute sarcastiche e punzecchiature acide, smascherando la tensione tra idealismo e privilegio che attraversa tutto il film.
Scena dopo scena, Palcoscenico costruisce l’ineluttabilità di un destino tragico per alcune delle giovani protagoniste. Ad alcune spetta la resa a una vita domestica che soffoca ogni ambizione, per altre c’è una carriera artistica possibile solo per pochissime e comunque effimera, come un lampo in una notte di pioggia e, infine, per altre c’è l’oblio con le sue diverse declinazioni. Gregory La Cava attraverso gli sguardi femminili, mette in luce come il mondo dello spettacolo sia dominato da uomini e impresari che vedono le giovani donne come oggetti decorativi. Facilmente conquistabili, sostituibili, e poi rapidamente dimenticabili.
Terry Randall può inserirsi in questo sistema solo grazie all’appoggio in incognito del padre, che le garantisce una rete di sicurezza. Tuttavia, il suo privilegio si rifrange come un’ingiustizia su chi quella protezione non ce l’ha. La sua ascesa coincide con la caduta definitiva di un’altra giovane donna, per cui l’unica salita concessa sul palcoscenico è quella verso il vuoto, verso una fine che è anche un grido contro un sistema crudele e spietato.
Una delle sequenze più struggenti di Palcoscenico mostra la fine silenziosa di Kay, una giovane attrice promettente, che scivola nell’oblio dopo aver compreso di non essere considerata abbastanza dal produttore più potente della città. La vediamo salire lentamente le scale, andando incontro a un fascio di luce che la trasforma nell’ombra di sé stessa. Una figura spettrale che si dissolve proprio mentre si avvicina al palco (questa volta immaginario) che ha sempre sognato. A differenza della Norma Desmond di Viale del tramonto di Billy Wilder - diva in declino, ma consapevole di un passato glorioso - la ragazza di Palcoscenico non ha nemmeno avuto la possibilità di fallire. Le è stato negato perfino l’inizio.
L’occasione che a Kay è stata sottratta è passata a Terry, che riesce ad ottenere un enorme successo, ma interpretando quel ruolo in sua memoria, come se a recitare fosse anche il fantasma della ragazza. In scena, Terry non è sola, bensì è accompagnata da una presenza invisibile, da tante voci che nessuno ascolta più, e che attraverso il suo corpo e le sue parole riescono finalmente a farsi sentire.
Palcoscenico non è una favola edificante, ma vuole descrivere la cruda realtà di Broadway. Il talento non basta, l’occasione non arriva per tutti, anche quando la passione è autentica e il merito evidente. Il film però suggerisce anche qualcosa di più amaro: infatti, a rendere tutto più complesso è un sistema patriarcale che non si limita a selezionare. La crudeltà è nel voler plasmare e umiliare, nel decidere chi può emergere e chi deve sparire, spesso sulla base di criteri che nulla hanno a che fare con l’arte. Il successo di Terry/Katharine Hepburn è sostanzialmente una dolorosa eccezione.