Il canto del cigno di un’epoca è affidato alla voce consumata dello storyteller di Duluth, Robert Allen Zimmerman, meglio noto come Bob Dylan (in concerto a Bologna, e omaggiato dalla proiezione del film). Tra evocazioni sonore tex-mex e minimali tocchi di chitarra che si intensificano, in un finale barocco, mischiandosi a tre vocalist, flauti, violoncelli e contrabbassi, il menestrello americano si fa voce e corpo di un Ovest al suo tramonto nello struggente Pat Garrett e Billy the Kid di Sam Peckinpah. Quella furia cieca che “il mucchio selvaggio” non riusciva a tenere a bada nel cinico affresco del 1969, lascia il posto, nell’ultimo western del cineasta, a suoni, colori lividi, ritmo narrativo dilatato e ribalderia beffarda e a tratti cialtronesca. La poetica del disincanto sposa così quella di un tempo in cui le leggende eponime, anziché produrre fascinazione nazionalistica, esprimono la decadenza dell’epos e la smitizzazione del luogo sacro della frontiera, limite osmotico in cui non esiste più netta demarcazione tra buoni e cattivi e in cui legalità e corruzione si confondono nelle acque torbide dell’abiezione. Al montaggio frenetico si sostituisce un afflato nostalgico raccontato dai contrappunti musicali di ballad epifaniche – Knockin’ on Heaven’s Door –  e temi portanti che raccordano la scena sottolineando il pathos tragico scaturito dalle lotte fratricide; come quelle che oppongono i due protagonisti di cui è imbevuta la leggenda: Pat Garrett, un tempo sodale del Kid e ora al soldo dei coloni nella veste di sceriffo e William Bonney, detto Billy, che è rimasto fuorilegge nell’anima senza mai passare dall’altra parte della barricata. Sullo sfondo, testimone silente è Alias (Bob Dylan), un tizio qualunque che incrocia la strada del giovane pistolero. Quando lo sceriffo Garrett scende a patti col latifondista Chisum, i due non possono fare altro che giurarsi guerra vicendevole.

Nel film di Peckinpah gli espedienti più abusati del cineasta – il tema del doppio e dell’assedio armato – già proposti in Sfida nell’alta Sierra (1962) e ricorrenti nella sua filmografia, servono a rafforzare la convinzione che entrambi i riottosi siano due facce della stessa medaglia, l’uno il completamento (o lo svuotamento) dell’altro. Ciò che Pat vorrebbe essere nel perpetuarsi di un’età crepuscolare, passa a Billy, che accoglie i rimasugli della sua vita ormai a brandelli. Quello di Garrett “non è un paese per vecchi”, ma un lembo di terra selvaggio in cui eroi e antieroi si trovano in posizione equidistante tra natura e cultura (come il cavaliere nobile del Medioevo che si inselvatichisce uscendo fuori dal consorzio umano), prima di conoscere l’oblio causato da una violenza tanto più endemica quanto più radicata nella wilderness dell’animo umano. Alla fine di tutto, l’eco nostalgica della musica di Dylan risuona e si consuma in una natura matrigna che beve a fiotti il sangue dei suoi figli indegni. La terra esige sempre sacrifici.

 

Vincenzo Palermo – Associazione culturale Leitmovie