Al 75° anniversario della sua prima proiezione sul suolo americano, The Memphis Belle: A Story of a Flying Fortress si presenta agli occhi del suo pubblico in una veste ancora più realistica e cruda, spogliata dalle sue imperfezioni sulla pellicola grazie al prezioso restauro curato da Catherine Wyler. In occasione della sua proiezione, all’interno della sezione Documenti e documentari 2019, abbiamo intercettato ed intervistato la primogenita di William Wyler, il quale registrò in presa diretta cinque missioni del B-17, condividendo i ristretti spazi assieme all’equipaggio del cacciabombardiere. Grazie alla direzione registica di Erik Nelson, inoltre, anche il footage di Wyler che non era stato incluso nel montaggio del war documentary ha subito a sua volta un’operazione di restauro, che ha sancito la nascita della produzione HBO The Cold Blue, laddove le immagini riprese dal regista di Ben-Hur e da tre operatori (uno dei quali, Harold J. Tannenbaum, fu ucciso durante le riprese) si trovano inframezzate alle dichiarazioni dei pochi reduci attualmente in vita.

Probabilmente la maggior parte delle persone della nostra generazione le porebbero una domanda molto semplice: cosa ha spinto un regista fresco di premio Oscar ad arruolarsi volontario per la Seconda Guerra Mondiale?

Ovviamente ci furono più ragioni, la prima delle quali è biografica: mio padre nacque in Alsazia, salvo poi emigrare negli Stati Uniti appena diciottenne. In quel momento, era quindi molto interessato a ciò che stava succedendo in Europa, anche a causa delle sue origini ebraiche. Quando gli Stati Uniti entrarono in guerra, non volle perdersi l’evento più elettrizzante della sua contemporaneità: malgrado fosse già un padre quarantenne, con un secondo figlio in arrivo, riuscì a convincere un generale – di cui vorrei davvero scoprire il nome – che avere un regista al seguito delle forze aeree potesse risultare utile. Chiaramente, l’idea di realizzare delle riprese e un documentario fu antecedente alla sua decisione di proporsi volontario.

Nella vasta produzione di documentari propagandistici dell’epoca, come immaginò William Wyler la realizzazione di Memphis Belle? Quali le riflessioni sull’osservazione e il racconto dei fatti bellici?

All’epoca non credo ci fossero delle vere e proprie linee guida per chi realizzava documentari di guerra. Perlomeno, penso che lui non abbia veramente pensato al come realizzare: credo che lui cercasse in primo luogo di riprendere e raccontare una storia particolare, che fosse una buona storia. Poi, certo, il prodotto era pensato per l’aeronautica militare, quindi era chiaro che non potesse essere creato se non in forma documentaristica: ma quello che lui voleva veramente era raccontare una storia, era ciò che gli interessava di più.

In questa occasione, lei ha presentato il restauro di Memphis Belle, unito alla proiezione di Cold Blue, realizzato da Erik Nelson e tratto dal footage non utilizzato da Wyler. Principalmente per questo motivo, l’accostamento non sembra forzato, ma quasi un completamento.

Innanzitutto, sono molto contenta che vengano proposti assieme: perlopiù, vengo invitata a presentare The Cold Blue, solo qui e al New York Film Festival si è deciso di proiettarli di seguito. Da un film di propaganda com’era Memphis Belle si arriva ad un film quasi meditativo. Tra l’altro, quando Erik ha deciso di convertire le immagini di mio padre nel 16:9 per il grande schermo, temevo che il pubblico avrebbe potuto criticarlo aspramente: poi sarete voi a giudicare la scelta estetica. Attualmente, Nelson si trova nel Regno Unito, dove Cold Blue sarà proiettata in 150 cinema inglesi, in occasione del 4 luglio; in seguito, verrà distribuita all’estero da HBO, che ne ha curato la produzione. Certo, non so quale dei due documentari abbia un impatto maggiore oggi, visto che sono troppo emotivamente legata a Memphis Belle: siete voi a dovervi esprimere su questo.

Quando si parla di restauro nell’ambito di documentari di guerra, alla funzione puramente estetica si somma anche la questione della trasmissione della memoria storica e del senso di distanza degli eventi narrati rispetto alla nostra quotidianità. Come pensa che i due prodotti si pongano, in queste dimensioni?

Penso che Cold Blue aggiunga un ulteriore significato riportando le dichiarazioni dei pochi reduci ancora in vita: emerge bene come la Seconda Guerra Mondiale fu un conflitto provocato da persone anziane e combattuto da giovani. Tutti possono assorbire questo messaggio; poi però guardi a ciò che sta succedendo negli States ora e lo metti in dubbio. Molte persone mi hanno consigliato di suggerire proiezioni scolastiche e credo che sarebbe educativo, anche perché il pubblico giovane difficilmente andrebbe a ricercare un prodotto simile.

 

Yannick Aiani e Annalisa Prestianni