Erano gli anni del cosiddetto musicarello, filone giovanilistico che costruiva esili storielle sentimentali attorno ai grandi successi canori del momento e che vedeva protagonisti Gianni Morandi, Caterina Caselli e tutti i volti nuovi del melodico-pop italiano anni Sessanta, supportati da caratteristi comici provenienti spesso dalla rivista che coadiuvavano, con siparietti umoristici, a riempire i vuoti di scrittura.

Ma nel 1966 avviene un cambiamento all’interno del filone: quando la Titanus stava per fallire a causa delle ingenti somme spese per Il Gattopardo e Sodoma e Gomorra, ecco che produce un film popolare i cui incassi provvederanno a salvare la casa di produzione.

Il film in questione è Rita la zanzara, realizzato per sfruttare il successo di Rita Pavone come cantante e attrice, dopo la grande popolarità ottenuta con lo sceneggiato Tv Giamburrasca diretto da Lina Wertmüller. Ed è proprio la Wertmüller a dirigere questa insolita commedia musicale (firmandosi con lo pseudonimo di G. Brown), che da un lato rientra a pieno titolo nel filone musicarello ma dall’altro ne aggira la formula in maniera strategica e con ambizione guarda alla struttura del musical.

La protagonista nuovamente nei panni di una studentessa scatenata all’interno di un morigerato liceo femminile, crea scompiglio cantando canzoni beat al posto di romanze classiche e facendo scherzi goliardici ai docenti, prendendosela specialmente con il professore di cui è segretamente innamorata, interpretato da un Giancarlo Giannini versione slapstick (che sembra fare le prove per le sue successive maschere comiche).

Un po' aggiornamento pop delle commedie da educandato in stile Ore 9: lezione di chimica e un po' casta anticipazione del florido filone sexy-studentesco di lì a venire, Rita la zanzara, il cui titolo prende bonariamente spunto dalla nota vicenda del giornalino scandalistico distribuito proprio in quell’anno al liceo Parini di Milano, alterna numeri musicali a siparietti d’avanspettacolo senza soluzione di continuità, in cui persino Rita Pavone sfodera le proprie abilità umoristico-camaleontiche imitando Marilyn Monroe, Mina e persino Charlie Chaplin.

La squillante fotografia di Carlo Di Palma costituisce l’antidoto ribelle e yé-yé all’austerità degli spazi collegiali e grazie alle sontuose scenografie di Fabrizio Frisardi, trasforma il musicarello in autentica rivoluzione musical.

L’anno seguente Wertmüller tentò di bissare il successo, realizzando un sequel, Non stuzzicate la zanzara e sempre nel 1967 ritroveremo la Pavone in versione cow-girl nel fiacco Little Rita nel west diretto da Ferdinando Baldi, ma la rivoluzione yé-yé aveva già dato i suoi buoni frutti e il fenomeno cinematografico di Rita Pavone si sarebbe progressivamente sgonfiato di lì a poco.