Vi è, nel cinema di Carla Simón, uno sguardo gentile che sembra accogliere ogni immagine, benefica o cattiva, distante o prossima, ricca o povera. Romería, il suo progetto a oggi più ambizioso e concepito come chiusura di una trilogia semi-autobiografica sull'infanzia, si apre con un paesaggio fuori fuoco: Marina torna sui luoghi dei suoi genitori naturali, a malapena conosciuti e scomparsi da un decennio. Lungo quelle rive di Vigo, armata della sua piccola videocamera, la ragazza allena lo sguardo a orientarsi nel presente come nel passato.

Ma una lacuna anagrafica, un nome espunto dai registri, rischiano di precluderle l'accesso a una borsa di studio per la scuola di cinema. Di quei genitori, inghiottiti dall'epidemia di AIDS, in famiglia non si parla volentieri: si apre la ferita di una presunta unità familiare. Il pellegrinaggio di Marina nel santuario della memoria allarga questa ferita fino a far sgorgare lacrime e sangue, fino a far riconsiderare la sacralità del silenzio, scardinando quel retaggio cattolico-patriarcale che scavò un solco tra suo padre e i nonni.

Marina si muove così in un territorio di credenze, dicerie e false piste interpretative. Aspirante cineasta, la sua esplorazione riflette quella propedeutica della regista alla genesi del film. Come in Erice, la formazione della sua memoria procede parallelamente all'educazione di uno sguardo. Alla ricerca di un metodo, la sua indagine raccoglie ogni possibile strumento (da una fotografia a un carillon rotto), reperti fragili che tanto rivelano quanto occultano. In questo racconto già di per sé consegnato al passato (il "pellegrinaggio" è ambientato nel 2004) irrompono le parole del diario materno della metà degli anni Ottanta, nel pieno della passione libertaria e contro-culturale della Spagna post-franchista.

Dopo aver inseguito briciole di verità, sarà una finzione a rivelarle il senso di certe parole, il segreto di una relazione. Guidata da un fiabesco gatto, Marina si abbandona a una deriva marittima in barca, per poi inerpicarsi su una scala di corda verso la cima di un palazzo dove incontra i suoi genitori, ancora giovani e non segnati dalla malattia. Scorrono le parole della madre sulle loro lunghe rincorse sessuali, sulle impazzite coreografie in discoteca. Il film si trasforma, d'un tratto, in un'altra pellicola, un affresco della gioventù spagnola anni Ottanta. Su quei corpi liberi si riflettono i giovani di oggi, Marina e i suoi cugini, eredi di quella controcultura; a loro, il compito di riscattare dall'oblio chi osò sfuggire alla gabbia patriarcale.

In questa lunga sequenza onirica, il "cinema del corpo" di Simón si rivela ben altro rispetto all'ingenuo realismo o alla scrittura solipsistica a cui viene spesso ricondotto. Se la macchina da presa rimane così vicina ai corpi e ai ricordi è per renderli familiari allo spettatore, ma questa familiarità non preclude la deriva finzionale, l'incontro di linguaggi differenti (dal video alla pellicola). Il cardine della sua poetica sembra risiedere proprio nella capacità di andare, tutti insieme, alla deriva, per costituire una nuova, allargata, comunità.

Ricomporre un'unità, tuttavia, non significa assolvere, e lo sguardo gentile di Simón saprà, in ultima istanza, emettere le sue sentenze, ma solo perché consapevole che per ricucire il tessuto di un "noi" sia indispensabile prima rammendare i fili di una memoria condivisa, ed è forse questo il potere del suo cinema.